La rivolta studentesca in Usa contro l’acqua in plastica. E le università si piegano.

La rivolta studentesca in Usa contro l’acqua in plastica. E le università si piegano.

Sabato, 31 marzo 2012 – 10:00:00

Nuova puntata della rubrica di Affaritaliani.it in collaborazione conwww.nonsprecare.it
Vuoi non sprecare? Scrivi e chiedi consiglio ad Antonio Galdo:angaldo@gmail.com

Un movimento studentesco, ramificato in tutti gli Stati Uniti, sta mettendo  in seria difficoltà l’industria americana che imbottiglia nella plastica 34 miliardi di litri di acqua minerale e fattura 22 miliardi di dollari l’anno. E’ una battaglia senza esclusione di colpi, giocata nel ring del web, dove al sito del movimento Ban the bottle (Metti al bando la bottiglia), www.banthebottle.net, si contrappongono i video su Youtube firmati dall’Associazione americana dei produttori di acqua in bottiglia dove si parla di “disinformazione e mistificazioni”.

Il movimento, intanto, ha incassato una catena di successi nelle più prestigiose università degli States, visto che sono ormai ben 90 i campus del Paese dove il senato accademico ha deciso di vietare la vendita di acqua minerale in bottiglie di plastica. Parliamo di luoghi strategici per la formazione della classe dirigente americana, come Harvard, e di università molto popolari nel Paese, come la Brown nel  Rhode Island.

Qui, per esempio, studenti, professori e visitatori acquistavano ogni anno 320mila bottiglie “usa e getta” di acqua minerale, e adesso il fatturato di questo prodotto è stato portato a zero. Nel sito di Ban the bottle compare l’intera rete d’azione del movimento, con immagini e dati relativi agli effetti devastanti di un eccessivo uso della plastica negli Stati Uniti, a partire dai 17 milioni di barili di greggio che servono per produrre le bottiglie “usa e getta”.  Ma non solo. Tra i banner pubblicitari, che fanno pensare a dei sostenitori anche finanziari del sito e dell’intero movimento universitario, c’è il marchio Nalgene, un altro colosso dell’industria americana che ha brevettato una linea di bottiglie “eco-compatibili”, cioè non dannose come la plastica che finisce nella spazzatura, riutilizzabili e riciclabili.

La rivolta nelle università americane contro l’uso dell’acqua minerale in bottiglie di plastica “usa e getta” rischia di diventare un vero spartiacque nella storia globale di questa battaglia. Da un lato, infatti, le decisioni prese dai 90 college avranno sicuramente un impatto enorme nell’opinione pubblica, specie nelle nuove generazioni. E dall’altro versante le efficienti università americane hanno già messo in campo l’alternativa di sistema alle bottiglie “usa e getta”. Sono i distributori di acqua filtrata, installati nei college universitari dopo la vittoria del movimento studentesco. Acqua pubblica e gratuita.

 

La crisi degli asini

Un uomo in giacca e cravatta è apparso un giorno in un villaggio.
In piedi su una cassetta della frutta, gridò a chi passava che avrebbe comprato a € 100 in contanti ogni asino che gli sarebbe stato offerto.
I contadini erano effettivamente un po’ sorpresi, ma il prezzo era alto e quelli che accettarono tornarono a casa con il portafoglio gonfio, felici come una pasqua.
L’uomo venne anche il giorno dopo e questa volta offrì 150 € per asino, e di nuovo tante persone gli vendettero i propri animali.
Il giorno seguente, offrì 300 € a quelli che non avevano ancora venduto gli ultimi asini del villaggio.
Vedendo che non ne rimaneva nessuno, annunciò che avrebbe comprato asini a 500 € la settimana successiva e se ne andò dal villaggio.
Il giorno dopo, affidò al suo socio la mandria che aveva appena acquistato e lo inviò nello stesso villaggio con l’ordine di vendere le bestie 400 € l’una.
Vedendo la possibilità di realizzare un utile di 100 €, la settimana successiva tutti gli abitanti del villaggio acquistarono asini a quattro volte il prezzo al quale li avevano venduti e, per far ciò, si indebitarono con la banca.
Come era prevedibile, i due uomini d’affari andarono in vacanza in un paradiso fiscale con i soldi guadagnati e tutti gli abitanti del villaggio rimasero con asini senza valore e debiti fino a sopra i capelli.
Gli sfortunati provarono invano a vendere gli asini per rimborsare i prestiti.
Il corso dell’asino era crollato.
Gli animali furono sequestrati ed affittati ai loro precedenti proprietari dal banchiere.
Nonostante ciò il banchiere andò a piangere dal sindaco, spiegando che se non recuperava i propri fondi, sarebbe stato rovinato e avrebbe dovuto esigere il rimborso immediato di tutti i prestiti fatti al Comune.
Per evitare questo disastro, il sindaco, invece di dare i soldi agli abitanti del villaggio perché pagassero i propri debiti, diede i soldi al banchiere (che era, guarda caso, suo caro amico e primo assessore).
Eppure quest’ultimo, dopo aver rimpinguato la tesoreria, non cancellò i debiti degli abitanti del villaggio ne quelli del Comune e così tutti continuarono a rimanere immersi nei debiti.
Vedendo il proprio disavanzo sul punto di essere declassato e preso alla gola dai tassi di interesse, il Comune chiese l’aiuto dei villaggi vicini, ma questi risposero che non avrebbero potuto aiutarlo in nessun modo poiché avevano vissuto la medesima disgrazia.
Su consiglio disinteressato del banchiere, tutti decisero di tagliare le spese: meno soldi per le scuole, per i servizi sociali, per le strade, per la sanità …
Venne innalzata l’età di pensionamento e licenziati tanti dipendenti pubblici, abbassarono i salari e al contempo le tasse furono aumentate.
Dicevano che era inevitabile e promisero di moralizzare questo scandaloso commercio di asini.
Questa triste storia diventa più gustosa quando si scopre che il banchiere e i due truffatori sono fratelli e vivono insieme su un isola delle Bermuda, acquistata con il sudore della fronte.
Noi li chiamiamo fratelli Mercato.
Molto generosamente, hanno promesso di finanziare la campagna elettorale del sindaco uscente.
Questa storia non è finita perché non sappiamo cosa fecero gli abitanti del villaggio.
E voi, cosa fareste al posto loro? Che cosa farete? Se questa storia vi ricorda qualcosa, ritroviamoci tutti nelle strade delle nostre città e dei nostri villaggi Sabato 15 ottobre 2011 (Giornata internazionale degli indignati)

Terra verso la bancarotta

Da Repubblica on-line

Il 27 settembre il pianeta entra in rosso. E’ l’Earth Overshoot Day. Non siamo ancora al default ecologico, ma la minaccia di bancarotta è concreta e costerebbe più del tracollo della Grecia. Abbiamo consumato tutte le risorse rinnovabili che la Terra ha a disposizione e per andare avanti dobbiamo indebitarci, cioè utilizzare ricchezza che non ci appartiene.

Dobbiamo tagliare le foreste che servono a rallentare la corsa del caos climatico, rubare altri pesci a un mare che si impoverisce anno dopo anno, prelevare acqua dalle vene fossili che non si ricaricano, usare energia fossile turbando l’equilibrio dell’atmosfera, azzerare prati per darli in pasto al cemento.

Continuando così, con una popolazione che sta per sfondare il muro dei 7 miliardi e i consumi pro capite globali in continua crescita, entro la metà del secolo il nostro debito supererà il 100 per cento del Pil ambientale: per portare i conti in pareggio dovremmo avere a disposizione un secondo pianeta. Il calcolo viene dal Global Footprint Network, la rete che calcola la biocapacità globale e la confronta con l’impronta ecologica, cioè con la quantità di risorse e di servizi richiesta dalla specie umana.

“Oggi estraiamo e utilizziamo circa 60 miliardi di tonnellate di materie prime l’anno: è il 50% in più rispetto a 30 anni fa”, osserva Gianfranco Bologna, direttore scientifico del Wwf. “E’ come se mettessimo in circolazione ogni anno 40 miliardi di automobili che per essere parcheggiate richiederebbero uno spazio delle dimensioni di Italia e Austria messe insieme. Ogni essere umano utilizza in media oltre 8 tonnellate di risorse naturali l’anno, 22 chili al giorno. Se si includono i materiali di estrazione inutilizzati, il conto sale a 40 chili pro capite al giorno”.

Se due fattori pesano in negativo (aumento della popolazione e aumento dei consumi pro capite) ce n’è uno che gioca un ruolo positivo: il miglioramento della tecnologia che permette di fare di più con meno. Ma finora questa voce non è stata in grado di bilanciare la pressione congiunta della crescita demografica e dei consumi.

“Spingere sul miglioramento tecnologico è necessario e in particolare l’efficienza energetica e le fonti rinnovabili giocheranno un ruolo fondamentale”, aggiunge Roberto Brambilla, della Rete Lilliput. “Ma non possiamo pensare di vincere questa partita senza intervenire anche sugli stili di vita. Prendere l’autobus al posto della macchina una o due volte in più a settimana, ridurre il consumo della carne, sostituire lo spostamento materiale con lo spostamento di informazioni sul web sono tutti modi per migliorare la nostra vita alleggerendone l’impatto ambientale”.

“Se la limitazione delle risorse si rafforza ancora, sarà come  tentare di risalire su una scala mobile che scende”, conclude Mathis Wackernagel, lo studioso che costituisce il punto di riferimento obbligato per gli studi sull’impronta ecologica.  “Dobbiamo approfittare di questa crisi profonda dell’economia per ricostruirla in modo più sano e duraturo. Un recupero di lungo termine avrà successo solo se avviene contemporaneamente a una sistematica riduzione della nostra dipendenza da risorse che sono limitate. Cambiare rotta è possibile, ma è un percorso che dobbiamo cominciare subito”.

(26 settembre 2011)

 

Un contributo “inglese” al dibattito sull’Acqua

Segnaliamo volentieri questo conttributo alto, da parte di Emanuele Lobina, Principal Lecturer, PSIRU (www.psiru.org), Business School, University of Greenwich London SE10 9LS, UK

Cari/care,
Purtroppo varie vicissitudini non mi hanno consentito di partecipare al dibattito sul referendum nella misura in cui avrei voluto. Nel tentativo di compensare almeno in parte vorrei segnalarvi due contributi del PSIRU che spero siano di interesse.
Per quanto riguarda il ruolo ella regolazione e la creazione di un Autorita’ di vigilanza del settore idrico, vorrei segnalarvi il seguente rapporto del PSIRU sull’impatto sociale della privatizzazione del servizio idrico in Inghilterra, laddove si mette in evidenza come il regolatore OFWAT abbia contribuito al sorgere del fenomeno della cosiddetta “poverta’ in acqua” (water poverty).
https://www.psiru.org/reports/2008-09-EW-PoorChoicesWater.pdf
Piu’ esattamente, il rapporto sostiene che il fenomeno della water poverty (in pratica, la famiglie che pagano piu’ del 3% delle proprie entrate per far fronte alle bollette del servizio idrico integrato si aggirano tra il 9% e il 15% del totale delle famiglie  inglesi – si stima che questo corrisponda a un numero di cittadini tra i 2 e i 4 milioni) sia dovuto a:
1. L’introduzione della copertura integrale dei costi tramite tariffa.
2. La privatizzazione del servizio e le pratiche opportunistiche dei gestori privati, con i conseguenti aumenti impropri delle bollette.
3. Il fatto che il regolatore OFWAT abbia difeso il modello che ha portato al sorgere della “water poverty”, rifiutandosi di introdurre contromisure adeguate e scaricando la responsabilita’ di risolvere il problema sul governo britannico.
4. Il fatto che il governo britannico non abbia saputo far fronte all’influenza del regolatore.

Il rapporto del PSIRU suggerisce quindi non solo che la regolazione non rappresenta la soluzione di tutti i mali ma che anzi, come il caso inglese dimostra, possa essere essa stessa parte del problema.

Inoltre, invio in allegato un intervento che e’ stato pubblicato da Servizi & Societa’, rivista di Confservizi Lombardia, e che spero contenga argomenti utili per la campagna referendaria. Qualora lo riteniate utile, procedete pure a pubblicare l’intervento (“Scenari europei nella gestione dei servizi idrici”) nei vostri siti internet, a diffonferlo come meglio crediate o a effettuare dei link tra qualunque dei rapporti del PSIRU e i vostri siti internet. [Scarica Lobina_Hall_ServiziIdrici.pdf]

Infine, vorrei mettervi a conoscenza del fatto che una sezione del sito del PSIRU sara’ a giorni dedicata a ospitare l’intervento in allegato e 6 rapporti del PSIRU precedentemente tradotti in italiano e pubblicati dalla rivista Quale Stato di FP-CGIL, a cui vanno i nostri sinceri ringraziamenti.

Un forte abbraccio con i migliori auguri per la volata finale della campagna referendaria.

Emanuele Lobina
Principal Lecturer, PSIRU
Business School, University of Greenwich London SE10 9LS, UK

Referendum, sacerdoti e suore digiunano contro la privatizzazione dell’acqua

Circa cento religiosi hanno già dato la loro adesione all’iniziativa del 9 giugno in piazza San Pietro a Roma: “L’acqua è creatura di Dio, non può essere trasformata in merce. A rischio milioni di nuovi assetati”

“Il diritto all’alimentazione, così come quello all’acqua, rivestono un ruolo importante per il conseguimento di altri diritti, a iniziare, innanzitutto, dal diritto primario alla vita”. Anche Papa Benedetto XVI nella sua Caritas in Veritate ricorda che l’acqua è un bene irrinunciabile per ogni uomo. Ed è questa la convinzione di due sacerdoti, padre Adriano Sella e don Alex Zanotelli, che hanno deciso di scendere in campo contro la privatizzazione: in vista del referendum, missionari, suore e religiosi si sono dati appuntamento per il 9 giugno in piazza San Pietro a Roma, dove in silenzio manifesteranno alle 12 con un digiuno affinché l’acqua rimanga “pubblica per vocazione, incapace di discriminare e di escludere”. L’iniziativa “Religiosi a pane e acqua” (clicca qui per l’evento su facebook) punta anche a scuotere i vertici ecclesiastici perché prendano una posizione unitaria per difendere questo “dono all’umanità”.

“Insieme a padre Adriano abbiamo sentito l’esigenza di compiere un gesto di mobilitazione per sensibilizzare la Chiesa”, spiega padre Alex Zanotelli. Alla manifestazione hanno già dato la loro adesione via mail circa cento religiosi e decine di sostenitori laici, destinati ad aumentare nei prossimi giorni. Secondo chi ha ideato l’evento, infatti, l’acqua fa parte della creazione di Dio e “non può mai essere trasformata in merce”. “C’è sensibilità da parte dei cattolici e dei cristiani”, puntualizza padre Zanotelli, “ma la Cei finora non si è espressa in maniera ufficiale, anche se 15 vescovi hanno aderito all’iniziativa”. Per i firmatari dell’appello la tendenza alla privatizzazione che si ha nel mondo rischia di creare “milioni di nuovi assetati” ed è per questo in contrasto con il principio cristiano della tutela della vita.

“Il parlamento italiano è il primo in Europa ad avanzare una simile proposta ai suoi cittadini. E fanno di tutto per scoraggiare il voto, visto che hanno pure indetto il referendum il 12 giugno anziché accorparlo alle amministrative”, sottolinea Zanotelli che apre le porte anche alle altre confessioni cristiane, dagli evangelici ai protestanti. Ma l’invito si estende pure ai fedeli non cristiani, dai musulmani ai buddisti, senza alcuna distinzione. “Vogliamo che l’incontro sia ecumenico e interreligioso”, prosegue don Adriano Sella, già missionario in Brasile e Amazzonia e oggi sacerdote diocesano a Padova. “Ci siamo ispirati alle manifestazioni del 2007 in Myanmar, quando i monaci si sono schierati contro il regime”, racconta. “L’impatto è stato fortissimo, sulla popolazione e sui media, e per questo vogliamo replicare per l’acqua. Abbiamo scelto il digiuno e il silenzio che spesso valgono più di mille parole”.

La battaglia perché l’acqua rimanga un bene pubblico, secondo don Sella, deve essere di vitale importanza per un cristiano: “La privatizzazione su scala mondiale significa mandare a morte certa milioni di persone. In Patagonia il vescovo Luis Infante della Mora e la sua diocesi hanno iniziato a prendere posizione quando, mentre visitavano le comunità dove operano, hanno visto l’aumento del prezzo dell’acqua. La stessa cosa sta accadendo anche in Africa per mano delle multinazionali. Con queste premesse la sensibilità deve trasformarsi in impegno”, osserva. La privatizzazione dell’acqua non è solo un problema italiano: “Qui possiamo votare ‘sì’ al referendum, ma con questo digiuno religioso vogliamo mandare un messaggio oltre i confini nazionali”.

Il Governo chiama e l’OCSE risponde

COMUNICATO STAMPA

Il Governo chiama e l’OCSE risponde. Ma il modello proposto non funziona
 


Apprendiamo che oggi l’OCSE si pronuncia auspicando la totale privatizzazione del servizio idrico nel nostro Paese, insieme dalla creazione di un’Autorità di regolazione.

Il Comitato Referendario 2 Sì per l’Acqua Bene Comune non può non constatare come il Governo italiano chieda soccorso a organismi internazionali presunti neutri per essere sostenuto nelle proprie scelte, come è ben testimoniato dalla presenza del ministro Tremonti alla conferenza stampa di presentazione del rapporto OCSE.

Vogliamo solo ricordare all’OCSE e al ministro Tremonti che, laddove si è perseguito quel modello di privatizzazione e creata un’autorità regolatoria, le tariffe sono fortemente cresciute e gli investimenti ristagnano. In particolare, l’Inghilterra, nazione che più si è spinta su quella strada, registra il triste primato europeo della percentuale di famiglie colpite dalla “water poverty” (indicatore che misura la sostenibilità delle tariffe sul reddito familiare). Le famiglie inglesi che si trovano nella condizione di indigenza idrica si aggirano tra il 9% e il 15% del totale, coinvolgendo un numero di cittadini inglesi tra i 2 e 4 milioni.

Roma, 9 maggio 2011

 


Luca Faenzi
Ufficio Stampa Comitato Referendario 2 Sì per l’Acqua Bene Comune
ufficiostampa@acquabenecomune.org
+39 338 83 64 299
Skype: lucafaenzi
Via di S. Ambrogio n.4 – 00186 Roma
Tel. 06 6832638; Fax. 06 68136225 Lun.-Ven. 10:00-19:00
www.acquabenecomune.org
www.referendumacqua.it

Martedi 12 Aprile: Paolo Cacciari presenta il libro “La società dei beni comuni”

Martedi 12 Aprile. ore 20:30, Paolo Cacciari presenta il libro “La società dei beni comuni”, presso la sede di Altragricolturanordest, in corso Australia, ex foro boario (vicino al Gran Teatro Geox)

Speriamo che sarete in molti a voler cogliere l’opportunità di sentire una narrazione organica su questa tematica che nelle sue innumerevoli e complesse componenti indica il possibile terreno su cui costruire nuovi modelli sociali e politici; modelli concreti, efficaci non solo nel contrasto alla lunga e profonda crisi economica, istituzionale, di prospettiva che ci ha travolto ma capaci di ricostruire un immaginario di libertà ed una azione utile a sganciare il nostro pensiero dall’ideologia mercantilista che opprime ed egemonizza oggi ogni atto del vivere quotidiano.

Desiderare ed immaginare la trasformazione delle relazioni sociali svilupparsi attorno al binomio Comunità/Beni Comuni esce dall’utopia ed entra con forza nel mondo reale, ad esempio, con le nuove Costituzioni dei paesi latino americani – Bolivia, Equador – che introducono il concetto di tutela di “Pacha Mama” (ndr: madre terra), della natura, a prescindere dagli usi che l’umanità intende farne e dalla titolarità dei beni comuni della terra, con il movimento italiano in difesa dell’acqua che si è messo in marcia ottenendo, con un milione e mezzo di firme, i referendum per la sua ripubblicizzazione.

Saluti, a martedi, Luciano.

Paolo Cacciari (a cura di)

La società dei beni comuni – Una rassegna

Il libro raccoglie diciannove opinioni di autrici e autori italiani che da diverse visuali disciplinari (storiche,

giuridiche, filosofiche, antropologiche, ambientaliste…) si sono confrontati con il tema dei «commons».

Aria, acqua, terra, energia e conoscenza sono risorse speciali, beni primari da cui tutto dipende

e la cui fruizione richiede quindi attenzioni particolari. L’applicazione a tali beni della logica del mercato

ha sperimentato infatti i più clamorosi fallimenti.

Il riconoscimento del Nobel all’economista Elinor Ostrom dimostra che il pensiero unico neoliberista sta

Incrinandosi anche dentro l’accademia. Ma nella sfera politica (specie in quella italiana) non vi è ancora traccia

di ravvedimento: la saga delle privatizzazioni procede, ma cresce anche l’opposizione da parte di numerosi

gruppi di cittadinanza attiva, di comitati, di associazioni in nome di una società più consapevole nei riguardi

della natura e più responsabile nei confronti di tutta la comunità umana.

Paolo Cacciari è l’animatore di un gruppo di riflessione dell’Officina delle idee di Rete@Sinistra che ha raccolto

i contributi di Bruno Amoroso, Massimo Angelini, Eugenio Baronti, Davide Biolghini, Nadia Carestiato,

Giuseppe De Marzo, Pippo Jedi, Luigi Lombardi Vallauri, Laura Marchetti, Ugo Mattei, Emilio Molinari,

Tonino Perna, Riccardo Petrella, Mario Pezzella, Giovanna Ricoveri, Edoardo Salzano, Chiara Sasso,

Gianni Tamino, il Laboratorio Verlan.

Paolo Cacciari, laureato in architettura, ha una lunga carriera di giornalista, saggista, politico, da sempre schierato a sinistra, con esperienza di consigliere comunale, assessore e vicesindaco al comune di Venezia, eletto consigliere regionale del veneto,  successivamente deputato al parlamento italiano.

Opere:

Racconti di disubbidienza ambientale, in “Ecologia Politica” nn. 1-2 1996

Moltitudini e cittadinanze tra locale e globale, in “Esodo” n. 4, 2002.

Per una critica ai modelli concertativi, in: Aa.Vv. La democrazia possibile, Carta e Intra Moenia, 2002.

Presentazione e cura di: Aa.Vv. Agire la nonviolenza. Prospettive di liberazione nella globalizzazione, Edizioni Punto Rosso e Liberazione, 2004.

Pensare la decrescita. Equità e sostenibilità, 2006, Intra Moenia.

Il comune non pensa solo all’immondizia, in: Cambieresti? La sfida di mille famiglie alla società dei consumi, i libri dell’Altreconomia, 2006

Per una mappa dei conflitti territoriali, in: Sulla comunità politica, Punto Rosso, 2007.

Decrescita o barbarie, 2008, Carta.

Equità e sostenibilità, in Aa.Vv., Il dolce avvenire. Esercizi di immaginazione radicale del presente, Diabasis, 2009.

La green economy non salverà il mondo, in “Cometa” n. 2/2009.

La Società dei Beni Comuni, una rassegna, 2010, Ediesse Casa Editrice.

OSSERVATORE ROMANO del 21 marzo: NO A PRIVATIZZAZIONE!

Due dispacci stampa sull’articolo del 21 marzo del quotidiano della Santa Sede:

ACQUA: OSSERVATORE ROMANO, NO A PRIVATIZZAZIONE
Città del Vaticano, 21 mar. (Adnkronos) – L’ Osservatore romano di oggi dedica un lungo articolo alla prossima Giornata mondiale dell’Acqua che si celebra il 22 marzo. Ricordando che le Nazioni Unite hanno già definito l’accesso all’acqua come diritto umano fondamentale, il giornale della Santa Sede rileva quindi che si tratta di un bene che non può essere privatizzato e cita anche il prossimo referendum contro la gestione privata delle risorse idriche si svolgerà in Italia il 12 giugno. «Se è vero che spesso per i poveri non è tanto la scarsità d’acqua in sè a portare sofferenza – si legge sull’Osservatore romano – ma l’impossibilità economica di accedervi, allora esiste, come ha ricordato il 24 febbraio il vescovo Mario Toso, segretario Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, intervenendo alla conferenza internazionale di Greenaccord a Roma, ‘un serio problema di indirizzo etico, perchè, ha aggiunto rilanciando le parole del Compendio della dottrina sociale della Chiesa, l’acqua — diritto universale e inalienabile — è un bene troppo prezioso per obbedire solo alle ragioni del mercato e per essere gestita con un criterio esclusivamente economico e privatistico». «Il suo valore di scambio o prezzo – viene rilevato – non può essere fissato secondo le comuni regole della domanda e dell’offerta, ovvero secondo la logica del profitto. Che è però quanto in più parti del mondo accade o si rischia in caso di privatizzazione, fino a giungere al paradosso che vede i poveri pagare molto più dei ricchi per quello che dovrebbe essere un diritto naturale». (segue) (Fpe/Col/Adnkronos) 21-MAR-11 17:13 NNN
FINE DISPACCIO

ACQUA: OSSERVATORE ROMANO, NO A PRIVATIZZAZIONE (2)
«La via maestra – spiega l’Osservatore romano – è quella indicata da Benedetto XVI nel messaggio in occasione dell’Esposizione internazionale su ‘Acqua e sviluppo sostenibilè svoltasi a Saragozza (Spagna) nel luglio del 2008: l’uso dell’acqua ‘deve essere razionale e solidale, frutto di un’equilibrata sinergia fra il settore pubblico e quello privatò. Ed è ciò che oggi la società civile chiede anche in alcuni Paesi occidentali, come l’Italia, dove presto si voterà un referendum che chiede di evitare di intraprendere la strada verso la privatizzazione dell’acqua». Un referendum «che ha visto impegnate anche alcune realtà ecclesiali nel comitato promotore, segno dell’attenzione del mondo cattolico verso un tema delicato e cruciale». L’Osservatore romano spiega anche che «negli ultimi decenni, visto il tasso di crescita della popolazione, il servizio idrico ha incontrato difficoltà per la cronica mancanza di investimenti e interventi di manutenzione degli impianti. Ciò ha fatto sì che un numero sempre crescente di Paesi abbia affidato la gestione del servizio a società private». «Il risultato – prosegue il quotidiano della Santa Sede – è che il finanziamento degli investimenti decisi contrattualmente fra governi e gestori ha portato generalmente consistenti aumenti delle tariffe. Aumenti che hanno determinato in diversi Paesi poveri una forte conflittualità fra Stato, aziende private e società civile, a dimostrazione di come nessun diritto fondamentale riesca ad affermarsi senza conflitto sociale. Non solo. Gli esperti delle Nazioni Unite continuano a ritenere che, se le cose non cambieranno, con il passare del tempo sempre più conflitti verranno combattuti per l’acqua. E saranno guerre tra poveri, come la storia insegna». (Fpe/Col/Adnkronos) 21-MAR-11 17:16 NNN
FINE DISPACCIO

Acqua radiattiva a Tokyo

Un articolo di Repubblica on-line oggi riporta un comunicato dell’amministrazione municipale di Tokyo: oggi (23 marzo) il livello di iodio radioattivo trovato nell’acqua della capitale, un enorme agglomerato urbano di 35 milioni di abitanti, eccede i limiti fissati per il consumo dei bambini. La centrale di Fukushima sorge a 240 chilometri a nord di Tokyo, la radioattività ci ha messo 10 giorni ad arrivarci e contaminare le falde acquifere.

Berlino, vince l’acqua pubblica

Germania – Vince l’acqua pubblica
via Verdi Veneto

Per la prima volta, un referendum locale a Berlino raggiunge il quorum. E stravolge le previsioni della vigilia: dovranno essere pubblicati tutti gli accordi stipulati con le multinazionali Veolia e Rwe, soci al 49% dell’azienda idrica. A sostenerla solo i Verdi. Si apre la strada alla rescissione dei contratti. Seppure di misura, il comitato berlinese contro la privatizzazione dell’acqua l’ha spuntata. Al referendum di domenica 665.713 berlinesi, pari al 27 per cento degli elettori, hanno approvato la proposta di legge che impone di pubblicare tutti gli accordi relativi alla parziale privatizzazione dell’acqua, accordi che dal 1999 garantiscono alti utili a Veolia e Rwe, titolari del 49 per cento delle Wasserbetriebe. Perché un referendum abbia successo, il regolamento regionale richiede che voti sì almeno un quarto degli elettori. Occorreva convincere 615.571 persone. I sostenitori della proposta sono stati 50.000 in più, e tanto è bastato per confermarla, per la prima volta in un referendum cittadino berlinese. Non ci si era riusciti né nel 2008, quando si chiedeva di lasciare aperto l’aeroporto di Tempelhof e non si raggiunse il quorum, né nel 2009, quando la maggioranza si espresse contro l’inclusione dell’insegnamento della religione nel curriculum scolastico (era e resta meramente facoltativo). Tra quanti hanno votato stavolta, la quota dei contrari alla pubblicazione dei contratti sull’acqua è stata irrisoria. Ben il 98,2% dei partecipanti ha votato sì. Un plebiscito.
Con l’eccezione dei Verdi, tutti i partiti avevano dato indicazione di votare no o di non andare a votare. Sia quelli favorevoli alle privatizzazioni, come liberali e democristiani: era stato il borgomastro Cdu Eberhard Diepgen, nel 1999 alleato con la Spd in una grande coalizione, a cedere il 49% alla francese Veolia e al colosso dell’energia Rwe. Sia i socialdemocratici pentiti, visto che a Berlino l’acqua è rincarata del 35 per cento, che ora promettono di «rinegoziare» i contratti e, «se possibile», perfino di ricomunalizzare (ma gli ostacoli sono fortissimi, perché i soci privati pretenderebbero una buonuscita esosa). Sia i socialisti della Linke, che votarono contro l’ingresso dei privati quando erano all’opposizione, ma che – da quando governano la città insieme ai socialdemocratici – ci tengono a dar prova di affidabilità rispettando le intese con Veolia e Rwe.
Con l’eccezione della Tageszeitung e della Berliner Zeitung, i giornali berlinesi hanno dato pochissimo spazio al referendum. Sui fogli popolari del gruppo Springer, Bild e B.Z., sabato solo trafiletti di poche righe nelle pagine interne davano notizia del referendum imminente. In città nessun manifesto, visto che il Berliner Wassertisch, la tavola berlinese dell’acqua, aveva a disposizione appena 12.000 euro raccolti con una colletta. Per giunta domenica scorsa i negozi erano aperti, con la scusa del festival internazionale del cinema. Tutto congiurava a far del referendum un buco nell’acqua.
La giunta regionale ridicolizzava il referendum come «superato» e «inutile», perché il senato avrebbe già pubblicato a novembre «tutti i documenti rilevanti», ovvero il contratto principale di cessione a Veolia e Rwe (già messo in piazza dal quotidiano Tageszeitung). Denunciava come «incostituzionale» la proposta dei promotori, nella parte che dichiara retroattivamente nulli accordi segreti. Assicurava ai cittadini di «condividere le finalità» dei promotori del referendum – una gestione dei servizi nell’interesse pubblico – e chiedeva di non disturbare il manovratore con esagerate richieste di trasparenza.
La vittoria del Wassertisch è quindi una solenne doccia fredda per il borgomastro socialdemocratico Klaus Wowereit e per l’assessore socialista all’economia, Harald Wolf, che aveva annunciato che non sarebbe andato a votare (nonostante molte sezioni di quartiere del suo partito, la Linke, facciano parte della rete per l’acqua pubblica). Tuttavia Wowereit, domenica sera, ha avuto la faccia di bronzo di leggere il voto come «sostegno al programma del senato», che intenderebbe recuperare almeno alcune quote dell’azienda dell’acqua (pare che Rwe, orientata a concentrarsi sull’energia elettrica, sia effettivamente disposta a vendere: resta da vedere a che condizioni).
Al di là delle interpretazioni, quali saranno le conseguenze? Veolia e Rwe – d’intesa con l’amministrazione di Berlino – potrebbero far ricorso alla Corte costituzionale berlinese (ogni Land tedesco ha una sua Costituzione) contro la proposta di legge oggetto del referendum, nella parte che annulla le intese segrete, rivendicando il diritto delle imprese alla riservatezza delle loro strategie. Probabilmente finirà in tribunale anche la disputa su cinque contratti collaterali alla privatizzazione, stipulati nel 1999, che pare regolino anche la ripartizione degli utili, per cui Berlino incassa solo il 35% pur possedendo il 50,1% delle quote.
L’esistenza dei contratti è certa. Ma per i funzionari di Wowereit si tratterebbe di documenti «interni» alle Wasserbetriebe, che non rientrerebbero in quelli tra il Land e i soci privati. Si continuerà a spaccare il capello in quattro, anche se il senso del referendum è chiarissimo: «Ridateci la nostra acqua».

Tratto da:
Il Manifesto