19/06/2024

Porto Marghera Capitale dei Veleni e della insostenibilità
Marghera, Malcontenta, Mestre, Venezia, la Riviera del Brenta e la Laguna e la cintura metropolitana costituiscono una delle aree più inquinate nel mondo.
Questo territorio ha pagato e continua a pagare un conto troppo salato in termini di vite umane e di degrado ambientale a causa di decenni di industrializzazione dissennata.
La nascita e lo sviluppo del polo industriale di Porto Marghera ha segnato in modo indelebile la fisionomia e la storia di questo territorio, nel bene e nel male. Se da un lato è stato per molto tempo occasione di lavoro e di affrancamento per decine di migliaia di lavoratori e di famiglie, dall’altro è stato fonte di compromissione e di pesantissimo inquinamento ambientale. Fanghi, scorie, rifiuti e fumi velenosi sono stati sversati in quantità enormi nei fiumi, nella Laguna, nel mare, disseminati nei suoli, vomitati dalle ciminiere. Intorno a Porto Marghera ha preso forma uno sviluppo urbanistico abnorme e caotico, spesso a carattere speculativo: cementificazione selvaggia, strade e autostrade, porto, grandi navi e grandi opere non hanno fatto altro che aumentare a dismisura il carico di inquinamento e lo stravolgimento del territorio.
Questa situazione trova conferma nel VI Rapporto SENTIERI, il monitoraggio sanitario che l’Istituto Superiore di Sanità aggiorna periodicamente nelle aree SIN del Paese, nel quale si riscontra che nell’area intorno a Porto Marghera la popolazione si ammala e muore di più per cause legate all’inquinamento ambientale (+ 18% per le donne, +22% per gli uomini rispetto alla media regionale). Ma la gravità sullo stato di salute della popolazione metropolitana, e in particolare di quella infantile, è stata più volte rammentata alle autorità regionali da numerosi medici di base e pediatri veneziani, e da ISDE (Medici per l’Ambiente). Lo stesso ISS in un recente parere sottolinea come lo sfruttamento portato con il passare del tempo a criticità ambientali tali da dover classificare la stessa come Sito di Interesse Nazionale da bonificare e riconvertire.
L’alto Commissario ONU per i diritti umani C. Orellana, in visita a Porto Marghera nel 2021, ha espresso forte preoccupazione per la situazione sanitaria e ambientale del nostro territorio, auspicando che le politiche di risanamento trovino finalmente attuazione.
D’altra parte i rapporti di ARPAV sulla qualità dell’aria attestano sistematicamente livelli altissimi di inquinamento atmosferico, in particolare per quanto riguarda polveri sottili e ossidi di azoto, tanto che Venezia risulta uno dei Comuni peggiori per la qualità dell’aria.
Indagini indipendenti effettuate dai comitati hanno dimostrato livelli di contaminazione molto elevati e addirittura sopra i limiti di legge per quanto riguarda diossine, PCB e PFAS in campioni di uova prelevati da pollai familiari a ovest e a sud del polo industriale. Ulteriori indagini sulla parte superficiale del terreno nei pressi di Malcontenta hanno riscontrato concentrazioni di PFAS tra le più alte al mondo. E sempre a Malcontenta sono state le centraline installate dai comitati a rivelare continui picchi di benzene in aria.


Porto Marghera Zona di Sacrificio
A fronte di questi dati allarmanti emerge tutta la inadeguatezza e la irresponsabilità delle istituzioni e della politica, in particolare della Regione Veneto, del Comune di Venezia e della Città Metropolitana, che non solo si sottraggono alle loro responsabilità, ma continuano ad avvallare progetti e grandi opere che vanno ad aggravare ancora di più questo contesto.
Il declino industriale iniziato negli anni ’90 doveva e poteva essere un’occasione straordinaria per risanare l’ambiente, riconvertire le produzioni in senso ecologico, rilanciare una seria politica occupazionale, riqualificare il contesto metropolitano e la sua Laguna, restituire a Venezia la possibilità di un futuro diverso dal saccheggio del turismo di massa.
Invece le tante promesse sulle bonifiche, sui grandi progetti di riqualificazione come il Vallone Moranzani a Malcontenta, su un diverso modello industriale improntato su una vera sostenibilità ambientale e sociale, in grado di produrre risposte tecnologiche e innovative per affrontare la crisi climatica ed ecologica, tutte queste promesse sono svanite nel nulla.
Porto Marghera e il territorio circostante di fatto vengono considerati coma una enorme Zona di Sacrificio, un’area territoriale già compromessa dove concentrare le produzioni più nocive, le opere più impattanti, i rifiuti e le scorie di un modello produttivo insostenibile. Qui si è inquinato e qui si può continuare a inquinare impunemente; l’ambiente e la salute della popolazione sono state e rimangono sacrificabili sull’altare del profitto delle multinazionali responsabili di questa situazione come ENI, di nuovi predoni e degli imprenditori arraffoni nostrani.
Una prospettiva che fa il paio con l’altro grande processo di estrazione di valore rappresentato dal turismo di massa che sta distruggendo Venezia e i cui effetti peggiori coinvolgono ormai da tempo anche Mestre e Marghera.
Lo scavo di nuovi canali con l’ irrimediabile scasso della Laguna e del suo ecosistema per far posto alle grandi navi, il potenziamento dell’aeroporto di Venezia con annesso raccordo ferroviario alla stazione di Mestre, lo stravolgimento del Parco di San Giuliano per farlo diventare un vero e proprio hub turistico, la Romea Commerciale, il Bosco dello sport, i Pili, le tanta zone abbandonate a speculazioni finanziarie come l’area ex Umberto I, il proliferare di alberghi e strutture ricettive a Mestre e Marghera, di poli logistici e centri commerciali sono solo alcuni dei progetti pericolosi e devastanti che delineano un processo di trasformazione radicale della Città d’acqua, della sua terraferma e di tutta la gronda lagunare, prefigurando ancora una volta un futuro di devastazione ambientale e di macerie sociali.
Si tratta di progetti che, spesso, prosciugano miliardi di euro pubblici, che invece dovrebbero essere destinati alle bonifiche, al welfare e ai servizi sociali, alla casa, alla sanità pubblica regionale sempre più depotenziata e dequalificata, alla riconversione ecologica e all’adattamento ai cambiamenti climatici.


Inceneritori paradigma della insostenibilità
Tra i progetti più pericolosi previsti a Porto Marghera ci sono due grandi inceneritori. Il primo, quello di Veritas e dei soci privati del gruppo FINAM, prevede tre forni per lo smaltimento di almeno 150.000 ton/anno di rifiuti urbani, fanghi e percolati di discarica a Fusina. La lotta serrata di comitati e associazioni ha per ora bloccato due linee, ma una è già entrata in funzione.
Il secondo progetto è stato proposto da ENI Rewind e prevede 2 forni per lo smaltimento di 190.000 ton/anno di fanghi di depurazione a poche centinaia di metri da Malcontenta.
Questi nuovi impianti costituiscono il perno di una strategia folle della Giunta regionale capeggiata da Luca Zaia che punta proprio sul potenziamento dello smaltimento di rifiuti e fanghi prodotti in Veneto, o anche provenienti da altre regioni. Completano infatti il quadro il revamping degli inceneritori di Padova e Schio, la riapertura dell’impianto di Cà del Bue, la realizzazione di un inceneritore per fanghi a Loreo, il potenziamento dei cementifici e della discarica tattica di Sant’Urbano.
Una politica che, se da un lato garantisce ricavi per decine di milioni di euro all’anno ai gestori di turno, dall’altra va in direzione esattamente opposta a quella tracciata dalla UE con il pacchetto di Direttive per l’economia circolare, basate su riduzione, riuso e recupero di materia per diminuire inquinamento e impronta ecologica.
Gli inceneritori, come le discariche, rappresentano in modo paradigmatico l’insostenibilità di un sistema economico lineare che mira alla crescita infinita in un ecosistema finito, allo sfruttamento indiscriminato di risorse ambientali e di energia (fossile), all’accumulo di scarti e scorie. Gli inceneritori in particolare costituiscono un problema e non la soluzione, perché (anche i più moderni) producono una grande quantità di rifiuti solidi, acque contaminate e gas velenosi, fino a 3-4 volte quanto smaltito.
Numerosi sono gli studi scientifici che dimostrano la pericolosità di questi impianti per la salute e per l’ambiente. Inoltre è noto come il dispendio energetico necessario al mantenimento dell’intero processo produttivo, e soprattutto la CO2 e altri potenti gas serra che fuoriescono dalle ciminiere contribuiscano in modo significativo al global warming.


PFAS: nuova temibile minaccia
Le sostanze perfluoroalchiliche (PFAS) sono inquinanti emergenti, molto nocivi e quasi indistruttibili. Una volta dispersi nell’ambiente si accumulano, avvelenando piante e animali.
Nell’uomo possono provocare malattie gravi e tumori. L’inquinamento da PFAS è un problema gravissimo. Nel vicentino centinaia di migliaia di persone sono state contaminate dopo che la MITENI di Trissino (di cui era socia ENI) ha sversato per anni grandi quantità di PFAS in falda.
Ma la questione va ben oltre perché queste sostanze sono presenti in molti rifiuti, nei fanghi e nei percolati. In particolare i fanghi risultano particolarmente inquinati da numerose sostanze nocive (diossine, PCB, metalli, idrocarburi, PFAS) perché i depuratori civili, oltre ai reflui delle abitazioni, trattano anche quelli provenienti da attività artigianali e industriali molto impattanti, come ad esempio le concerie.
Questi fanghi non si possono e non si devono utilizzare in agricoltura. Ma non si possono nemmeno bruciare, invece la Giunta Zaia, con la complicità del Sindaco Brugnaro, vorrebbe smaltirli negli inceneritori, soprattutto quelli di Porto Marghera. Si omette però sistematicamente di dire che bruciare fanghi è ancora più pericoloso che bruciare rifiuti soprattutto in relazione ai PFAS: molti di questi composti non si degradano nemmeno ad altissima temperatura, e per questo motivo, come le diossine, fuoriescono dai camini degli inceneritori disperdendosi nell’ambiente.
Non siamo la pattumiera del Veneto, il Veneto non è una pattumiera. E’ possibile costruire un futuro diverso per questo territorio martoriato, e impedire che diventi la principale pattumiera del Veneto. E’ possibile un futuro basato sulla tutela della salute, dell’ambiente, sulla promozione di economie virtuose davvero sostenibili, che garantisca lavoro degno e equamente retribuito.
Per garantire questa possibilità è prioritario bloccare i nuovi inceneritori qui a Porto Marghera e altrove, e impedire che questi diventino lo sbocco per la gestione del problema PFAS.
In questi anni l’azione incessante di comitati e associazioni ha impedito che il disegno della Regione Veneto, dell’amministrazione Brugnaro, di Veritas e di ENI trovasse compimento.
Ora è necessario mettere definitivamente fine a questa prospettiva.
E’ necessario scendere in piazza, produrre una forte mobilitazione che faccia capire alle autorità, ai decisori politici, che qui abbiamo pagato fin troppo in termini di vite umane e di disastri ambientali.
E’ ancora più necessario a partire dal 1 giugno, iniziare a costruire insieme un fronte di mobilitazione ampio che metta al centro questi temi.

Sabato 1 giugno (ore 15.30 stazione FS Mestre) torniamo in piazza per:

  1. Ribadire che la tutela della salute e dell’ambiente costituiscono un diritto Costituzionale fondamentale, e che questo diritto viene prima dei profitti degli speculatori di turno;
  2. Ottenere il rigetto, da parte della Regione Veneto, dei Comuni di Venezia e di Mira, e di tutti gli altri Enti coinvolti, del progetto di nuovo inceneritore di fanghi proposto da ENI Rewind, e il blocco definitivo dell’implementazione dell’inceneritore da Eco+Eco srl (Veritas e gruppo FINAM);
  3. Chiedere alla Regione Veneto di attivarsi immediatamente per la messa al bando dei PFAS, a cominciare dal divieto di produzione delle sostanze perfluoralchiliche nel territorio regionale e dal divieto di utilizzo di imballaggi alimentari contenenti PFAS;
  4. Chiedere agli Enti competenti l’applicazione effettiva del principio di precauzione in tutte le decisioni che prevedono nuove opere e nuovi impianti industriali, in particolare per quanto riguarda la gestione del problema PFAS, vietando dunque l’incenerimento di rifiuti che contengono PFAS;
  5. Chiedere a Dipartimento di Prevenzione, ULSS e ARPAV l’implementazione dei monitoraggi ambientali e dei biomonitoraggi in tutto il territorio metropolitano, contemplando nel set di ricerca anche i PFAS;
  6. Ottenere l’apertura di un tavolo di confronto che coinvolga a pieno titolo anche i comitati e le associazioni del territorio per discutere sulle prospettive ambientali, sanitarie e di sviluppo di Porto Marghera e del territorio metropolitano a partire dalla riconversione ecologica delle produzioni, dalla tutela della salute, del reddito, dei diritti dei cittadini e dei lavoratori.