Incontro con Giuristi Democratici

Report incontro tra Comitato Promotore e Ass. per la Democrazia Costituzionale e Ass. Nazionale Giuristi Democratici


Roma, 11 Ottobre 2010

Una delegazione del Comitato Promotore referendario composta da Paolo Carsetti, Alberto De Monaco, Luca Faenzi, Corrado Oddi e Alberto Lucarelli ha incontrato Franco Russo, Gianni Ferrara, Gaetano Azzariti (Associazione per la Democrazia Costituzionale) e Pietro Adami (Associazione Nazionale dei Giuristi Democratici) con il fine d’iniziare un’interlocuzione sullo stato dell’arte del percorso referendario e dare seguito alla proposta, avanzata e condivisa all’Assemblea di Firenze, di organizzare un iniziativa sul tema dei quesiti referendari.

Sono state inoltrate proposte di convegni da organizzare in varie città d’Italia prima della sentenza della Corte Costituzionale, in modo da produrre materiale utile per la Corte stessa a difesa dell’ammissibilità dei quesiti. Sono state indicate come possibili sedi degli incontri Torino, Milano, Firenze, Roma, Napoli, Palermo. Visti i tempi stretti e la difficoltà di far intervenire giuristi di alto livello in così tanti contesti si è convenuto sull’opportunità di pensare ad un unico incontro, da organizzare a Roma e semmai valutare caso per caso la possibilità di tenerli anche in altre sedi. Gli interventi dei giuristi (che verranno scelti in base alla loro competenza in materia) verranno sbobinati e raccolti insieme agli interventi di altre personalità del mondo forense e accademico che non potranno intervenire fisicamente all’incontro di Roma. Tutti gli interventi verranno raccolti in un pamphlet da recapitare ai giudici della Corte, in modo da far avere loro uno strumento utile nel giudizio di ammissibilità.
Data la specificità di quanto discusso, la delegazione ha dato mandato ai giuristi di proseguire sulla strada tracciata.

I giuristi hanno fatto presente che è necessario iniziare a predisporre una efficace strategia difensiva in vista del pronunciamento della Corte Costituzionale sull’ammissibilità dei tre referendum per l’acqua pubblica. Inoltre hanno individuato nella figura del Prof. Avv. Massimo Luciani, la miglior rappresentanza possibile per i pronunciamenti della Corte di Cassazione e Costituzionale e, quindi, proporranno al Comitato Promotore di procedere al conferimento del mandato.

L’Associazione Nazionale dei Giuristi Democratici si è inoltre proposta di preparare una memoria di supporto da presentare alla Corte Costituzionale in fase di dibattimento. La Corte ammette infatti l’intervento di altri soggetti e chi vorrà “remare” contro il referendum si attrezzerà di conseguenza (i giuristi hanno fatto presente che anche il Governo potrebbe presentarsi contro l’ammissibilità dei referendum attraverso l’avvocatura di Stato).
A tal proposito la delegazione ha accolto con favore la proposta cosciente del fatto che sarà necessario oltre che opportuno il pronunciamento del maggior numero di realtà che hanno titolo a farlo.

Segreteria Campagna Referendaria Acqua Pubblica

Emilio Molinari a Padova

Doppio incontro con Emilio Molinari, del contratto mondiale sull’acqua giovedì 28 ottobre 2010. Nel pomeriggio alla Feltrinelli di Padova presenterà il suo ultimo libro “Salvare L’acqua”.
In serata poi, alle 20.45, converserà con la cittadinanza presso il consiglio di quartiere 4 nella sala Ivo Scapolo, in via sanmicheli 65. Vi invitiamo a diffondere la notizia anche utilizzando il volantino in pdf

Coop, altro articolo su Repubbblica

Il sodalizio sembbra continuare, sempre con la convenzione ad escludendum della nostra lotta per riportare il controllo delle risorse idriche in mano ai cittadini. Sicuramente una bella pubblicità “gratis” per Coop, che sta mediaticamente occupando la scena come attore che difende l’acqua del rubinetto. Facciamo una domana: perché?

“Acqua Minerale? No grazie”
la guerra arriva sullo scaffale

La Coop: dal rubinetto è meglio. Ed è bagarre. L’offensiva passa anche da un raddoppio delle fonti per approvvigionarsi. Il colosso è pronto a vendere ai consumatori una sua caraffa filtrante a uso domestico

di PAOLO BERIZZI

"Acqua Minerale? No grazie" la guerra arriva sullo scaffale

MILANO – Con un po’ di enfasi l’hanno già battezzata “la guerra delle acque”. Qualcuno ha voluto aggiungere che le acque si sono ormai rotte. Sta di fatto che, a colpi di spot, tra campagne mediatiche, dossier scientifici, cartelloni con la mappa delle sorgenti più vicine alla nostra cucina, consigli e sconsigli per gli acquisti, i fautori del rubinetto e quelli della bottiglia se le stanno suonando alla grande. Da una parte Coop (che pure etichetta le sue bottiglie) insieme con qualche alleato di scuola di pensiero (evviva l’acqua del sindaco, è buona, economica e fa bene all’ambiente).

Dall’altra Mineracqua, la federazione italiana dei produttori di acque minerali, che controbatte esaltando la “superiorità” dell’oro blu in versione confezionata. Ma andiamo con ordine. La prima pietra – anzi, la prima goccia – l’ha lanciata Coop Italia cinque giorni fa. Con una campagna di comunicazione aggressiva (“Acqua casa mia”, costo 1 milione di euro, testimonial Luciana Littizzetto che in uno spot tv annaspa nel traffico e poi con gusto beve dal rubinetto come se ne sgorgasse lo stesso liquido della piscina di Cocoon), ha invitato gli italiani a consumare più acqua pubblica, o, in alternativa per chi non vuole rinunciare alla minerale, a scegliere quella delle fonti più vicine a casa (a km 0 come è del resto quella gratis).

L’obiettivo, spiega la Coop, è prima di tutto ecologista. E cioè: ridurre i costi e l’inquinamento che derivano dal trasporto dell’acqua. Per portarla dalla fonti alla tavola – l’Italia è il primo consumatore in Europa e terzo al mondo di acqua minerale dopo Emirati e Messico, 195 litri a testa – si muovono ogni anno 480 mila tir. Che messi in fila fanno un viaggio andata e ritorno Roma-Mosca. “Il trasporto su gomma di 100 litri d’acqua che viaggiano per 100 km produce emissione per oltre 10 kg di anidride carbonica – spiega Aldo Soldi, presidente di Ancc-Coop – . Se invece si sceglie acqua di rubinetto per ogni 100 litri si immettono in atmosfera 0,04 kg di CO2, 250 volte di meno”.

È evidente che non alla sola tutela dell’ambiente pensa Coop: incentivando l’acqua del rubinetto, il colosso distributivo è pronto a vendere ai consumatori una sua caraffa filtrante a uso domestico. Di più. L’offensiva contro i grandi produttori passa anche da un raddoppio delle fonti di approvvigionamento. Alle due già esistenti (sorgente Grigna a Lecco e monte Cimone a Modena) Coop ne aggiunge altre due (Valcimoliana a Pordenone e Angelica a Perugia). In questo modo, con quattro fonti, una quinta arriverà al sud, la distanza media che le bottiglie devono percorrere si accorcerà del 12%. E cioè 235mila km e 388mila kg di anidride carbonica in meno.

Aperta la gara di purezza – a fianco di Coop si schierano anche Amiacque e Cap Holding – la replica dei produttori di acqua minerale non si è fatta attendere. Giura il presidente di Mineracqua, Ettore Fortuna, che la “nostra campagna istituzionale era già in programma da due mesi” e che “Coop avrebbe potuto coinvolgerci, visto che la salvaguardia dell’ambiente è cara anche a noi”. Ma tant’è, lanciata la sfida, gli imbottigliatori sono insorti. “Ci siamo stancati di sentire dire che l’acqua del rubinetto e quella in bottiglia sono uguali – ragiona Fortuna – . Non è così. Si vuol far credere agli italiani che se comprano l’acqua devono sentirsi in colpa perché inquinano l’ambiente… “.

Per questo, dice, “abbiamo lanciato la nostra campagna. L’acqua in bottiglia è pura all’origine, non è trattata, è impossibile trovare tracce di cloro o suoi derivati. È imbottigliata alla sorgente e, quando la sorgente non è attaccata agli impianti, in quel tratto scorre in condotte di acciaio inossidabile, non di cemento o plastica come quella del rubinetto”. La sfida è apertissima. In tutto questo, bottiglia o rubinetto, gli italiani si confermano grandi bevitori del liquido più ipocalorico per eccellenza. Sempre divisi in due fazioni. E a volte attenti al portafoglio.

Repubblica on-line (12 ottobre 2010)

Mostra numero due

Don Adriano Sella ci ha segnalato il link da cui scaricare la seconda mostra (quella del gruppo “Nuovi Stili di Vita” della pastorale sociale diocesana di Padova) disponibile per fare cultura dell’acqua. In realtà la mostra fa parte di un complesso di materiali per un laboratorio completo, il tutto lo trovate all’indirizzo del blog del gruppo, noi per comodità abbbiamo scaricato il materiale per voi, e quindi lo trovate anche al seguente link: “Mostra nuovi stili di vita, oltre che nella sezione materiali.

Buona cultura a tutti

Repubblica, Coop e Publiacque (siamo tutti portatori d’acqua)

Stufi delle solite acque minerali? Il solito gusto di acqua sciapa (nonostante le centinaia di chilometri in autostrada) non lo reggete più? Ecco a voi l’acqua “di casa vostra”, disponibile in comoda fontanella direttamente al supermercato (avranno messo anche il distributore automatico di bottiglie di plastica in parte?)!

Decisamente un articolo ben scritto, per salvare la capra (le aziende imbottigliatrici di acque minerali) e i cavoli, ovvero le multiutility private che promuovono spontaneamente maggiori controlli. Brave! Ovviamente neanche una parola sulle proposte del Forum… Sottolineiamo solamente che un rubinetto attaccato all’acquedotto è diventato “un fontanello di Publiacqua, utility dell’area fiorentina, dove rifornirsi di acqua senza sborsare neanche un centesimo. Un risultato raggiunto grazie all’accordo, primo del genere in Italia, tra Publiacqua e Unicoop Firenze, che si inquadra all’interno di una campagna a favore del consumo di acqua del rubinetto promossa dalla principale catena della grande distribuzione italiana.” Quando si dice la forza della comunicazione…

Riportiamo comunque tutto l’articolo, che potrete così legggere senza la pubblicità, in atttesa di qualcuno di voi che ci spieghi per quale motivo, se l’acqua di Publiacque esce anche dal rubinetto di casa, bisogna andare fino alla coop a prenderla…

LA CAMPAGNA

Quanto è buona l’acqua di casa
Ora arriva anche al supermercato

La Coop lancia una campagna per incentivare l’uso di quella del rubinetto. In Italia è quasi ovunque sicura e di qualità, eppure siamo i più grandi bevitori di minerale. Allo store di Gavinana una fontanella per rifornirsi senza pagare di MONICA RUBINO

Quanto è buona l'acqua di casa Ora arriva anche al supermercato Luciana Littizetto, testimonial della campagna “Acqua di casa mia”

IN ITALIA l’acqua di rubinetto è buona e, nonostante i recenti rincari delle tariffe, costa ancora poco. Gli italiani però sono i più grandi consumatori di acqua in bottiglia di tutta Europa (ne bevono 195 litri a testa all’anno) e i terzi al mondo dopo arabi e messicani. Può sembrare un paradosso, ma è la realtà. Qualcosa, però, comincia a cambiare: da oggi in un grande supermercato toscano alla periferia sud di Firenze l’acqua viene distribuita gratis. All’interno della Coop di Gavinana, infatti, è possibile trovare un fontanello di Publiacqua, utility dell’area fiorentina, dove rifornirsi di acqua senza sborsare neanche un centesimo. Un risultato raggiunto grazie all’accordo, primo del genere in Italia, tra Publiacqua e Unicoop Firenze, che si inquadra all’interno di una campagna a favore del consumo di acqua del rubinetto promossa dalla principale catena della grande distribuzione italiana.

Bere acqua imbottigliata, del resto, non incide solo sul bilancio familiare, ma costa caro anche all’ambiente. Dalle fonti alla tavola il trasporto dell’acqua mette in movimento nel nostro paese ogni anno 480.000 tir (che, messi uno accanto all’altro, formerebbero una fila di 8.000 km, un viaggio andata e ritorno Roma-Mosca). Se poi all’acqua bevuta si aggiunge quella consumata (per mangiare, lavare, far funzionare siti produttivi e agricoli e così via) si scopre che ogni italiano usa al giorno 237 litri d’acqua (uno statunitense 425, un francese 150, un abitante del Madagascar 10).

Sul prezzo non c’è  competizione: la cosiddetta “acqua del sindaco” secondo Legambiente costa in media 0,5 millesimi di euro al litro, mentre quella in bottiglia si aggira intorno ai 50 centesimi di euro al litro. Secondo una recentissima indagine di Federconsumatori svolta su un campione di 72 città italiane, negli ultimi dieci anni la bolletta dell’acqua è salita dell’85%, con differenze notevoli tra i vari capoluoghi (a Milano si pagano in media 107,79 euro l’anno contro i 447,23 di Firenze e i 204,08 di Roma). Nonostante quest’impennata, però, in Italia ci si disseta a prezzi ancora molto bassi rispetto ad altri paesi europei.

Il problema più grave e urgente da noi non è il costo dell’acqua ma il modo in cui questa viene distribuita. Gli acquedotti italiani rimangono i colabrodo di sempre: più di un quarto dell’acqua che trasportano si perde per strada.

GUARDA IL GRAFICO 1

Una volta entrata nelle case, lo spreco continua: consumiamo molta più acqua del necessario mentre al Sud, soprattutto d’estate, 8 milioni di italiani scendono sotto la soglia di emergenza e hanno il rubinetto a secco diverse ore al giorno. Basterebbe cambiare qualche abitudine per risparmiare acqua e denaro 2.

In questo quadro dai numeri sorprendenti, la campagna di Coop “Acqua di casa mia” punta proprio a diffondere un uso consapevole delle risorse idriche a partire dallo slogan: “Hai mai pensato a quanta strada deve fare l’acqua prima di arrivare nel tuo bicchiere?”. Alla domanda, sui manifesti e negli spot interpretati da Luciana Littizzetto che presto appariranno in giro per l’Italia e in tv, segue un invito piuttosto inusuale per chi l’acqua la vende da sempre: “Salvaguardiamo l’ambiente: scegli l’acqua del rubinetto o proveniente da fonti vicine”. Al consumatore resta poi la libertà di scelta tra queste diverse opzioni. Se per motivi di gusto o di salute non si vuole o non si può rinunciare alle acque in bottiglia (ma i dati Nielsen relativi al primo semestre 2010 registrano un calo del 4,7% del consumo di acque minerali rispetto al 2009) allora si può prestare attenzione a scegliere quelle minerali provenienti da sorgenti vicine che non hanno fatto molti chilometri sulle strade. L’imbottigliamento e il trasporto su gomma di 100 litri d’acqua che viaggiano per 100 Km (mediamente ne fanno molti di più) corrispondono, infatti, a circa 10 Kg di anidride carbonica (CO2) immessi in atmosfera. Se invece si sceglie l’acqua del rubinetto la produzione di CO2 è pari solo a 0,04 Kg. Un rapporto di 1 a 250.

A parte l’iniziativa di Gavinana, nei punti vendita Coop saranno presenti “scaffali parlanti”, nei quali verrà indicata la mappa delle acque 3, ossia la precisa localizzazione geografica delle fonti, in modo che il consumatore possa verificare quanti chilometri ha percorso la bottiglia che sta acquistando prima di finire nel suo carrello. Dal punto di vista delle acque minerali a proprio marchio, Coop ha “alleggerito” le bottiglie, riducendo la quantità di plastica impiegata in una percentuale tra il 13 e il 20%. Un’operazione che, nel complesso, ha prodotto un risparmio all’anno di 3300 tonnellate di CO2. Per evitare inutili sprechi nei consumi idrici dei propri punti vendita, inoltre, sono state adottate iniziative come l’utilizzo di riduttori di flusso per i rubinetti, scarichi a doppia cacciata per i wc, raccolta delle acque piovane. Infine, in coerenza con la campagna, Coop da un mese ha raddoppiato le fonti di approvvigionamento della propria acqua a marchio aggiungendo alle due sorgenti originarie (Grigna in provincia di Lecco e monte Cimone in provincia di Modena) quelle di Valcimoliana (Pordenone) e Angelica (Perugia). La disponibilità di quattro fonti (più un’altra al Sud ancora da individuare) permetterà di ottenere, a regime, una riduzione della distanza media che le bottiglie devono compiere di circa il 12%. Su scala annuale significa 235.000 chilometri in meno, pari a 388 mila chilogrammi di CO2 non emessi.

Del resto di fonti, nel nostro paese, ce n’è in abbondanza e l’Italia è ancora un paradiso per chi decide di entrare nel business dell’acqua in bottiglia. Ogni territorio dispone di un ricco patrimonio di sorgenti, dalle quali le aziende imbottigliatrici attingono a prezzi spesso irrisori. Le Regioni, infatti, elargiscono concessioni in cambio di tariffe molto convenienti. Non esiste una legge nazionale che regoli la materia, perciò ogni Regione si regola a modo suo. Alcune esigono una somma per ogni ettaro di terreno sfruttato; altre per ogni metro cubo d’acqua prelevato; altre impongono sia l’una che l’altra tassa. Le regioni più all’avanguardia hanno fissato tariffe diverse a seconda della quantità d’acqua estratta.

In realtà negli ultimi anni c’è stata un’inversione di tendenza. Prima la Lombardia, poi il Piemonte, il Veneto, il Lazio e la Toscana hanno cambiato sistema: più acqua si imbottiglia, più si paga. L’ultima regione ad essersi messa al passo con i tempi è la Puglia. La giunta regionale, a giugno scorso, ha aumentato il canone di concessione da 50 a 130 euro per ettaro.

Se nel settore delle acque minerali la concorrenza è spietata, non tutta l’acqua di rubinetto è buona allo stesso modo. Secondo un’indagine di Altroconsumo 13 città su 34 hanno ottenuto il massimo dei voti sul piano della qualità. Tra le prime della classe ci sono Ancona, Bergamo, Bologna, Perugia, Roma e Trento. Bocciate, invece, Catanzaro e Genova per la presenza di sostanze indesiderate come trialometani, nichel e alluminio. Si pone, dunque, la questione dei limiti di potabilità. Per poter entrare nelle nostre case, l’acqua deve rispettare parametri fissati dall’Organizzazione Mondiale della Sanità. Sostanze come cloriti, arsenico, fluoro sono tollerate fino a una certa soglia. Il decreto legislativo 31/2001, oltre ad aver reso più stringenti questi parametri, ha introdotto la possibilità, per Regioni e Province, di derogare alle regole per 3 anni fino a un massimo di 9. Come evidenziato dall’Osservatorio di Cittadinanzattiva sui servizi idrici 2009, otto regioni (erano 13 nel 2007), hanno chiesto deroghe al ministero della Salute per poter dichiarare bevibili le acque in alcuni comuni dei loro teritori. Si tratta di Lazio, Lombardia, Piemonte, Trentino, Umbria, Toscana e Puglia, per livelli di arsenico e cloriti fuori norma. Problemi che in parte derivano dall’origine vulcanica di alcune aree geografiche, in parte da un eccesso di sostanze chimiche utilizzate soprattutto in agricoltura. Secondo la legge, chi sfrutta una deroga dovrebbe informare tempestivamente la popolazione. Un dovere che non sempre viene assolto. In tutta Italia 25 aziende locali di gestione dell’acqua – tra cui Hera, Smat, Acea e Mediterranea delle Acque con bacini di utenza che comprendono grandi città come Bologna, Torino, Roma e Genova – hanno aderito alla campagna di Legambiente e Federutility “Acqua di rubinetto? Si grazie!” e fanno controlli con una frequenza più alta di quella prevista per legge. Inoltre rendono disponibili i risultati delle analisi tramite i propri siti internet, le bollette o la stampa locale. Queste buone pratiche sono di esempio. Le aziende che distribuiscono acqua nelle nostre case possono fare di meglio per garantire ai cittadini qualità e sicurezza.

La Repubbblica – 07 ottobre 2010

Alberto Lucarelli sul Manifesto

Segnaliamo l’interessante articolo di Alberto Lucarelli, uno degli estensori dei quesiti referendari, relativo alla gestione partecipata del servizio idrico integrato.  Ce ne aveva parlato alla conferenza di Firenze, il suo intervento è apparso giovedì 7 ottobre sul Manifesto, ma ve lo riportiamo anche in calce, per comodità.

Acqua partecipata, una proposta concreta
Riconquistare la sovranità popolare sui beni comuni attraverso la partecipazione dei cittadini. Ai seminari tematici di Firenze, organizzati dal Forum dei movimenti per l’acqua, si è tentato di delineare i passaggi necessari per consentire all’istituto della partecipazione di fare il gran salto di qualità e di porsi, per alcuni versi, al di là, dentro e oltre i principi della convenzione internazionale di Aarhus sulla partecipazione pubblica ai processi decisionali che, seppur rilevanti ed innovativi, si pongono ancora su un piano di democrazia formale piuttosto che di democrazia deliberativa.
La riconquista da parte dei cittadini della sovranità sui beni comuni, ovviamente limitata dalla tutela dei diritti delle generazioni future, intesa quale etica della responsabilità collettiva, deve porsi perlomeno due obiettivi primari: 1) ridare dignità e potere decisionale ai comuni e alle loro aziende speciali; 2) passare da una partecipazione dei cittadini ipocrita e “di facciata” ad una partecipazione vera ed effettiva, che non degradi il cittadino a mero utente del servizio in una logica privatistica e contrattualistica.
Tale processo, che conduce a quella che è stata definita la gestione pubblica partecipata, è maturo per essere attuato, quanto meno per ciò che concerne il governo dell’acqua. Lo straordinario successo della campagna referendaria dimostra che i referendum non si possono creare in laboratorio, o se volete, in maniera strumentale, nelle segreterie di partito. Il quasi milione e mezzo di firme raccolte per arrestare la furia delle privatizzazioni ed il progetto della creazione dei monopoli privati – quanto di meno liberale possa esistere – è la dimostrazione che è possibile giungere a questi risultati soltanto se alla mobilitazione e al fenomeno partecipativo si associa un processo continuo di formazione e informazione della cittadinanza attiva. Questo processo di conoscenza perpetuo rappresenta il miglior antidoto a forme di confusionismo sociale, di cooptazione, di strumentalizzazioni dall’alto. Rischi possibili ed eventuali del fenomeno partecipativo.
E allora, proprio perché siamo in presenza di questi processi straordinari, dobbiamo essere pronti a configurare e realizzare modelli di governo pubblico partecipato, immediatamente realizzabili. Modelli ovviamente non statici ma flessibili, inclusivi e pronti ad essere modificati in relazione alle esigenze delle singole realtà locali. Ma questa flessibilità ed adattabilità va costruita sulla condivisione di alcuni principi, e soprattutto sulla base di regole di diritto pubblico, proprio per evitare le nefaste esperienze della governance, tese ad indebolire lo spazio pubblico e a sostituire l’atto amministrativo con il contratto e la frammentazione degli interessi generali.
Va immaginato un modello di governo pubblico partecipato che dia la possibilità ed il potere ai comuni e ai cittadini di riconquistare la sovranità sui beni di loro appartenenza. Ma la vera e forte novità deve essere questa: accanto alla partecipazione-procedura, occorre prevedere la partecipazione-gestione. In sostanza, gli organi di governo delle aziende speciali, o di altri eventuali enti di diritto pubblico di riferimento dei comuni, dovranno essere composti anche da rappresentanti dei cittadini, delle associazioni, dei comitati, dei movimenti, dei lavoratori.
Sui criteri di selezione per la scelta dei rappresentanti ovviamente dovrà aprirsi un dibattito all’interno dei movimenti e delle istituzioni che, a mio avviso, non dovrà riprodurre i meccanismi tipici e a-tipici che caratterizzano il funzionamento dei partiti, perché ciò svilirebbe l’unicità del processo in corso. La democrazia deliberativa ha un’essenza e una natura diversa e su questo punto dovrebbe aprirsi un dibattito serio che veda coinvolti soprattutto politologi, sociologi, antropologi e giuristi. Occorre aprire al più presto un forum sugli aspetti teorici e applicativi della democrazia deliberativa, soprattutto in collegamento al governo dei beni comuni, avendo ben chiaro che essa può funzionare soltanto in presenza di un’amministrazione pubblica di qualità che serva con indipendenza gli interessi pubblici e che non serva interessi clientelari e/o pseudo pubblici.
Un punto di partenza è comunque chiaro e netto: per i beni comuni la gestione tecnocratica, per delega o peggio ancora per cooptazione clientelare, va superata. In questo senso si è orientata l’azienda speciale Eau de Paris, che dal primo gennaio 2010 gestisce l’acqua nella capitale francese. Cittadini e associazioni, ancorché con poteri consultivi, sono presenti nel consiglio di amministrazione dell’azienda speciale. Credo che si possa partire da questo modello per andare oltre. In questo senso, provo a presentare alcune proposte di partecipazione-gestione relative sia al comune che all’azienda speciale che, da subito, potrebbero essere inserite negli statuti comunali e disciplinate da relativi regolamenti, tenendo altresì presente che, dopo la riforma costituzionale del 2001, le suddette fonti normative hanno acquisito rilevanza costituzionale. Occorre dunque prevedere:
1) un consiglio comunale allargato alla partecipazione dei comitati, dei movimenti, delle associazioni, dei lavoratori – con potere di voto – ogni qual volta si discutano e si approvino gli indirizzi di governo dell’acqua e gli inerenti impegni di spesa, di bilancio e di investimento; 2) un comitato di sorveglianza dell’azienda speciale, con poteri di controllo, magari sul modello dell’art. 6 del disegno di legge della giunta pugliese in tema di ripubblicizzazione dell’acquedotto; 3) un consiglio di amministrazione dell’azienda speciale con la partecipazione, e con poteri non meramente consultivi, delle suddette realtà.
La democrazia deliberativa non può che attuarsi attraverso la partecipazione-gestione (cda allargato) che implica in sé altresì la partecipazione di indirizzo e consultiva (consiglio comunale allargato) e la partecipazione-controllo (comitato di sorveglianza).
Per il governo e la gestione dei beni comuni non è più possibile restare ancorati a quel modello di partecipazione introdotto in Italia a partire dalla fine degli anni Ottanta, quando il dibattito intorno ai beni comuni e alla cittadinanza attiva era pressoché inesistente e aveva principalmente l’obiettivo di riequilibrare il rapporto cittadino-amministrazione, uscendo da una visione autoritaria del diritto pubblico. Oggi occorre un modello che, valorizzando le assemblee comunali, metta i cittadini in grado di partecipare, ovvero di proporre, gestire, controllare.
Per ottenere ciò, oltre alla necessaria spinta dal basso, considerando che la partecipazione non può essere intesa come un dono dall’alto altrimenti rischierebbe di trasformarsi in strumento di controllo, pressione e selezione di interessi, occorre uno scatto d’orgoglio e una volontà chiara dei comuni. L’alta dignità costituzionale attribuita loro gli dovrebbe consentire di prendere l’iniziativa e di trasformare in norme operative i principi della partecipazione-gestione, accanto ovviamente alla volontà di costituire o di attivare le aziende speciali.

Creazione dei gruppi di lavoro nazionali

Avevamo anticipato che nell’assemblea nazionale tenutasi a Firenze a settembre era stata decisa la costituzione di gruppi di lavoro sui temi dell’acqua in Italia (e nel mondo), perché la partecipazione, per essere promossa, non può che essere sperimentata anche nel movimento. I gruppi di lavoro sono sette più uno, tutti molto interessanti e appena nati, le iscrizioni rimangono aperte ad oltranza, il lavoro verrà svolto prevalentemente via posta elettronica. Attenzione che in Veneto abbiamo anche noi due gruppi di lavoro cui partecipare, di cui vi parleremo nel prossimo articolo, per cui per contribuire al movimento avete solo l’imbarazzo della scelta.
Elenco gruppi di lavoro nazionali

  • Gruppo comunicazione: elaborazione di una proposta di campagna comunicativa e d’informazione sui tre referendum
  • Gruppo gestione pubblica e partecipata: elaborazione di una proposta compiuta
  • Gruppo finanziamento servizio idrico: elaborazione di una proposta compiuta
  • Gruppo modalità di funzionamento Comitato Promotore e Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua: elaborazione di proposte al fine di perfezionare e strutturare in modo più preciso le modalità di lavoro
  • Gruppo scuola: elaborazione di progetti da portare nelle scuole
  • Gruppo moratoria: elaborazione di una proposta compiuta
  • Gruppo formalizzazione Comitato Promotore: elaborazione di una proposta compiuta

l’ultimo gruppo nasce extra conferenza di Firenze, grazie alla riflessione successiva sul significato di “ciclo idrico integrale”:

  • Acqua e ambiente per darsi strumenti conoscitivi e strategici per allargare il focus del Forum Italiano a tutto il Ciclo Integrale dell’acqua (quindi a tutti gli usi dell’acqua) e non solo al Servizio Idrico Integrato.

Per saperne di più scrivete alla redazione o meglio ad acquabenecomune.pd@libero.it.

Buona partecipazione a tutti

La mostra di maserà

Come promesso, pubblichiamo per tutti gli interessati (e alla festa del volontariato sembrava ce ne fossero un bel po’) la prima delle mostre in esposizione nel “giardino” dei nuovi stili di vita. La mostra è composta da una serie di files pdf che assemblano informazioni raccolte un po’ ovunque. Il lavoro di rendere la cosa organica è stato fatto dal Gruppo Commercio Equo di Maserà di Padova, che ne aveva anche stampato una copia in formato A3 e l’aveva resa disponibile per quella domenica.
Scarica l’intera Mostra dell’ Acqua Virtuale di Maserà

Per l’occasione, nella sezione MATERIALE abbiamo innaugurato la pagina “Cultura dell’acqua”, che speriamo si popoli velocemente dei vostri contributi, infatti ricordiamo che chiunque abbia materiale da condividere può farlo scrivendo a redazione@acquabenecomunepadova.org

Alla stessa mail potete segnalare iniziative o farvi avanti per proporre materiale o articoli per il sito.

Vi aspettiamo numerosi!