Tandem di referendum: alleniamoci!

Visto il silenzio stampa sul Referendum (ma abbiamo fiducia che da martedì i media, smaltito il lavoro sulle amministrative, torneranno a copririe la materia più e meglio di prima), visto lo scarno supporto dei tabelloni appositi per la propaganda, un po’ poverelli di manifesti della stessa IdV che ha promosso due referendum su 4, si moltiplicano le iniziative autogestite dai cittadini. Grazie alle condizioni meteo così propizie ormai molti hanno pensato alla biciclettata, con tre percorsi salute che possiamo segnalarvi:

1) Da Maserà sabato 28 h 15.40 verso Padova
2) Domenica 29 da Conselve alle ore 9.00, per Tribano, Bagnoli per concludere al mercato di Agna. (alle 11.30 circa)
3) Mercoledì 1 giugno con partenza dalle 18.00 presso il Bar Sport in Via Marzollo al Portello, a Padova, per le piazze della Città

 

Rappresentanti di lista IN PROVINCIA (06 GIUGNO)

LUNEDI’ 6 GIUGNO DALLE 17.00 ALLE 22.00 presso Altragricoltura Gianni Ballestrin e Giuliana Beltrame con l’autentificatore ufficiale saranno  disponibili per compilare tutte le deleghe che servono per essere rappresentanti di lista nei vari comuni della provincia. Le candidature per i rappresentanti in COMUNE di Padova sono chiuse, i candidati accettati sono già stati contattati e ci occuperemo noi di comunicare al Comune di Padova quanto necessario, come già chiarito negli ultimi incontri.

Dettagli alla pagina https://www.acquabenecomunepadova.org/?page_id=977

EVENTO CHIUSURA CAMPAGNA 10 giugno 2011

Chiudiamo insieme la campagna 2 SI’ PER L’ACQUA BENE COMUNE in piazza delle Erbe  dalle 19.00 con TEATRO MUSICA PAROLE, per liberare l’acqua, cancellare il nucleare.

Interventi di : Giuliana Beltrame e Gianni Ballestrin referenti provinciali Comitato Due Sì per l’acqua bene comune

Andrea Ragona referente provinciale Comitato Sì per fermare il nucleare

Associazioni, sindacati e reti dei Comitati referendari

Contributi di

  • Lorenza Carlassare – Costituzionalista
  • Roberto Marinello – Segretario Medici per l’Ambiente
  • Chiara Schiavinato – Giuristi democratici
  • Giovanni Palombarini – Magistrato

Partecipazioni artistiche di:

Saida Puppoli, Serenella Pegoraro, Abracalam, Cochabamba, Loris Contarini, Giancarlo Previati, Vasco Mirandola, Andrea Pennacchi, Pierantonio Rizzato, Società Per Azioni, Amici di Deppo, Tam Teatro Musica

Interveranno esponenti di Sinistra e Libertà e Federazione della Sinista del “Comitato di Sostegno ai Referendum per l’acqua” e esponenti di Partito Democratico e Italia dei Valori

Presenta Vilma Mazza

Serata a cura del Comitato Due sì per l’acqua bene comune e Comitato Sì per fermare il nucleare

Scarica il volantino della serata

 

Acqua in B(r)OCCA

Sabato 28 maggio
in via Luciano Manara a Padova (zona Stanga/Pio X)

ACQUA IN B(r)OCCA


ore 10.00/12.00 e ore 16.00/18.00
Laboratori di creta per tutte le età nell’Area Verde Samara: lascia la tua impronta nel parco!
ore 19.00
Aperitivo & cibo
Reading di Stefano Marcato sul consumo critico
Musica dal vivo con i Rythmes Gitans (jazz gitano & swing manouche)
ore 21.30
proiezioni a sorpresa sui muri di via Manara
e gran finale con Stanlio e Ollio in “Vita in campagna”
e inoltre domenica 5 giugno dalle ore 12
PIC NIC per la DECRESCITA in via Manara
Festa spontanea nell’area verde Samara: godiamoci uno spazio pulito e liberato da ogni preoccupazione.
Trovi i dettagli nella mappa https://picnic4degrowth.net/
L’accesso alle iniziative è libero e gratuito.
Facebook: festa delle bolle

PAOLO RUMIZ: L’ACQUA RUBATA

 

Una strana privatizzazione e gli affari della malavita: in Calabria migliaia di persone costrette a combattere per un servizio fondamentale

PAOLO RUMIZ

Attenti. I tamburi delle acque libere rullano a Sud, nella penultima nocca del ditone calabro, sui monti chiamati “Le Serre”. È la lotta di migliaia di abitanti stanchi di una privatizzazione zoppa che, in una terra benedetta dalle migliori sorgenti della Penisola, li obbliga a bere un liquido alla candeggina. Li vedi in processione tra i boschi, silenziosi e furenti, a caccia delle antiche fontane per riempirsi il cofano con le bottiglie di sopravvivenza. Tutta gente che promette sfracelli ai referendum di giugno. Una miccia che inquieta il Palazzo e i padroni delle acque.
Non la vogliono. Quella cosa che esce dai rubinetti è – dicono – iperclorata, sa di ruggine e ha il colore del fango. E viene dalla diga più malavitosa d´Italia, quella dell´Alaco, tra Badolato e Serra San Bruno, famosa per essere costata il decuplo del previsto. Sono anni che la gente ha paura di quell´invaso, ma negli ultimi mesi un balletto di ordinanze di non potabilità (quella di Vibo Valentia è durata 106 giorni!) poi revocate a macchia di leopardo, o reiterate all´interno della stessa rete, ha esasperato il problema, e ora il “tam-tam” corre anche sul web, contesta le rassicurazioni dei gestori, buca il silenzio di chi ha paura.

Che venga, che venga a casa mia il sindaco di Vibo – urla una donna sui settanta accanto a una fontana sulla strada per Capistrano – venga che gli cucino gli spaghetti con l´acqua dell´Alaco… se li dovrà mangiare tutti!». In questi monti di alberi immensi, tornanti e nebbia, le donne sono le più determinate, il cuore della rivolta. «Figli di p…, scriva che siamo incazzati e non abbiamo più paura; questa è una guerra per la vita perché l´acqua è la vita», sibila un anziano ossuto dalla barba lunga, apparentemente mitissimo, e si fa il segno della Croce dopo la parola “vita” come se avesse chiamato in causa l´Altissimo in persona.
Assaggio l´acqua di Serra San Bruno: pessima. Cerco di capire, e subito mi perdo in teorema bizantino. In Calabria funziona così: la raccolta e il pompaggio delle acque tocca a una società di diritto privato chiamata Sorical, mentre la distribuzione tramite le condutture spetta ai Comuni. E così, di fronte al vespaio scoppiato sulle Serre, nel Vibonese e dintorni, ecco l´inevitabile palleggiamento di responsabilità, con la Sorical che accusa i Comuni di avere reti colabrodo e la gente dei Comuni che accusa la Sorical di mettere in rete acqua malata. La fiaba del lupo e l´agnello.
Mettersi contro il sistema non è facile. Il giudice Luigi De Magistris che nel 2008 ha indagato sul business, s´è rotto le corna ed è stato trasferito. Diverso il destino dell´imprenditore Sergio Abramo che, dopo aver durissimamente attaccato la Sorical per certe irregolarità nel rapporto con una banca d´affari, è stato nominato presidente della Sorical medesima ed ora è assai più prudente nei giudizi.
Il fatto è che dietro la società c´è la francese Véolia, che di fatto comanda col 46,5 per cento delle azioni e gestisce pure il discusso inceneritore di Gioia Tauro, destinato al raddoppio. E´ questo il potere ed è qui la polpa: il privato (ma chiamiamolo per comodità “i francesi”) che vende all´ingrosso ai Comuni la loro stessa acqua e lascia ad essi la rogna di gestire la rete. Col pubblico che si riduce a esattore per conto dei privati, anche a costo di indebitarsi.
A fronte di questo affare colossale, di canoni in forte rialzo e di investimenti tutto sommato relativi, scrive Luca Martinelli su “Altraeconomia”, i francesi riconoscono alla Regione «un canone di 500 mila euro l´anno» per l´uso di tutti gli impianti calabresi. Un´inezia. L´affitto degli impianti di un´intera regione ricchissima d´acque equivale a un quarantesimo di quanto la società di gestione milanese paga per gli impianti di quella sola città. Ovvio che ai francesi piaccia la Calabria.
Ma con la diga dell´Alaco il meccanismo dell´oro blu si inceppa. La Sorical la eredita nel 2005 della Cassa del Mezzogiorno che l´ha appena messa in funzione. Una cattedrale nel deserto, costruita per spillare denaro pubblico in una zona umida con sabbie mobili e acque malariche. I fondali del lago artificiale non sono stati puliti e bonificati delle infiltrazioni di ferro e manganese contigue alle miniere borboniche di Mongiana. E quando, salutati dal plauso della politica, i francesi prendono in mano l´impianto dopo alcune migliorie, si ritrovano a mettere in rete un´acqua che grida vendetta rispetto alle fonti delle Serre. Una fornitura praticamente imposta dalla politica a 400 mila persone fino a quel momento agganciate a pozzi o condotte indipendenti, spesso – si asserisce – di buona qualità.
Nel 2010 persino la Regione Calabria, legata ai francesi, riconosce che qualcosa non va. L´Agenzia protezione ambiente dimostra che l´inquinamento viene dal lago, non dalla rete. Intervengono anche i Nas, che mettono sotto sequestro un serbatoio nel Vibonese. Nel gennaio di quest´anno il sindaco di Vibo dichiara l´acqua non potabile. Lo stesso accade in altri Comuni. Allora la gente chiede: riapriteci i vecchi pozzi che avevano acqua sicura. Ma non si può. Non sono più operativi. Qualcuno, veloce come il vento, li ha già disattivati.
«Macché pozzi buoni! – sbotta al telefono Sergio De Marco, responsabile tecnico della Sorical – questa dei sindaci è una bufala colossale. Li abbiamo chiusi perché erano di pessima qualità. Non bastavano, d´estate si svuotavano. E la storia della nostra acqua che sarebbe peggiore è un´invenzione dei Comuni che cercano un alibi per non pagarci le forniture. Possibile che per la stessa acqua altri Comuni non abbiano mai protestato? Centinaia di analisi dimostrano che l´acqua dell´Alaco è buona. Lo scriva, mi raccomando».
Per la politica, chi critica i francesi è “comunista” o propagatore di allarme. Alla Sorical si deve credere. Credere che l´acqua è buona, che il fondale del lago è pulito e che le analisi sono state fatte. Credere che un potabilizzatore da trecento litri al secondo è sufficiente per 400 mila persone. Così, per capire, bisogna andare lassù, oltre spettrali alberghi disabitati, fino al lago maledetto perso nella pioggia tra pale eoliche che paiono croci di un Golgota, in fondo a boschi così appetibili per “certi affari” che da gennaio vi sono morte già cinquanta persone per faide tra clan.
Strano, la rete che circonda l´invaso è aperta in più punti. Cancelli senza lucchetto. Nessuno pattuglia le sponde, tranne mandrie di vacche bianche che pascolano lasciando escrementi sulla battigia. Di chi sono? Sono le “vacche sacre”, mi diranno a Serra San Bruno. Non hanno bisogno di pastori perché sono intoccabili. Sono della criminalità organizzata che così dimostra la sua onnipotenza e segna il territorio. Un simbolo, non un affare.
L´acqua sulle sponde è coperta di schiuma marrone quasi dorata. I ciottoli sono nerastri, hanno perso il colore originale. Cime di faggi nudi e abeti bianchi sbucano dalla superficie. Possibile siano cresciuti in acqua, dopo l´asserita ripulitura e impermeabilizzazione dei fondali? Vado a Serra San Bruno dove la resistenza, benedetta dal parroco, abita nella tana dell´associazione “I briganti”, guidata da Sergio Gambino, figlio di un giornalista che ha dedicato la vita intera alla lotta contro la n´drangheta.
«Noi lo sappiamo» dice Gambino, capelli lunghi neri, occhi accesi e barbetta borbonica, «lo sanno i pastori, i boscaioli, i carbonai… Nessuno ha mai pulito quel lago… Altri sono venuti e ci hanno versato dentro non si sa cosa… La diga è in Comune di Brognaturo, retto da Cosma Damiano Tassoni, lo stesso sindaco che consentì quella diga demenziale… Credo che questi signori non abbiano idea di quanto siamo determinati a lottare per ciò che ci spetta». La sera, a Pizzo Calabro mi diranno: «Lo sa? Bossi ha ragione. Siamo una colonia francese. Ci hanno venduto. Acqua e nucleare. Ecco cos´è il patto Berlusconi-Sarkozy».

FONTE: Repubblica – PAOLO RUMIZ

12/13 giugno al mare? Andateci invece il 21 maggio!

L’iniziativa è lanciata su invito del Comitato Nazionale e coordinata dal Comitato regionale Veneto “vota SI’ per fermare il nucleare” in collaborazione con il Coordinamento regionale “2 SI’ per l’acqua bene comune” che ha già dato adesione e conferma di presenza.
La manifestazione si terrà presso la spiaggia di Sottomarina dove realizzeremo, assieme ad altre attività di volantinaggio e sensibilizzazione, una delle 10 CATENE
UMANE LUNGO LA BATTIGIA che si faranno lo stesso giorno in altrettante località d’Italia. Le località designate tra quelle possibili di localizzazione di una futura
centrale nucleare per quanto riguarda il Veneto sono Chioggia, Legnago e Cavarzere.
Il gruppo locale di Chioggia del Comitato provinciale veneziano ha già dato la sua disponibilità ad organizzare l’iniziativa se opportunamente sostenuto da TUTTI I
COMITATI PROVINCIALI DELLA REGIONE. L’iniziativa è molto importante poiché il risalto nazionale che potremmo dare alla nostra protesta, sarà senza dubbio molto forte vista la concomitanza dei 10 eventi.
Inoltre il 21 maggio è una data ancora “utile” per affermare la nostra volontà di recarci alle urne il prossimo 12 e 13 giugno, a dispetto di quanto prospettato dal
nostro governo con il Decreto farsa di cancellazione/moratoria degli articoli soggetti a referendum. Il Decreto andrà in discussione alla Camera non più il 17-18 maggio come prospettato inizialmente, ma, pare, il 22-24 e dunque È OPPORTUNO ALZARE LA VOCE PROPRIO IN QUESTO MOMENTO E FAR SENTIRE CHE CI SIAMO E CHE VOGLIAMO DECIDERE DEL NOSTRO FUTURO!

Volantino Catena umana a Chioggia

Mons. Fasani (“Verona Fedele”) è poco informato. Il Vescovo di Verona prenda posizione.

Al direttore di Verona Fedele Margoni don Alberto
Al vicedirettore di Verona Fedele Mons. Bruno Fasani

Al vescovo di Verona Mons. Giuseppe Zenti

Ai vicari della diocesi di Verona

In riferimento alla rubrica “Risponde mons. Bruno Fasani” apparsa il 15 maggio 2011 sul giornale “Verona Fedele” in cui il vicedirettore del settimanale diocesano pretende di fare chiarezza sui quesiti referendari in tema di acqua pubblica, riteniamo che il suo intervento è tutt’altro che chiarificatore anzi confonde ancor di più l’opinione pubblica, in quanto afferma:

Quando si parla di privatizzazione deve essere chiaro che l’acqua non sarà mai dei privati. Resterà bene pubblico di proprietà dello stato e perciò di tutti“.

Ricordiamo che nel 1992 nella conferenza delle Nazioni Unite di Dublino, i poteri economici e politici dei paesi del Nord hanno affermato che l’acqua doveva essere considerata un “bene economico”, quindi una merce da poter vendere e comprare, facendone profitti. Dal 1993 la Banca Mondiale ha imposto questo modello, definendolo “gestione integrata delle risorse idriche”, definendo il criterio del recupero totale dei costi a partire dalla remunerazione del capitale investito dai privati.

Questo modello costituisce la spina dorsale della Direttiva Quadro Europea sull’Acqua del 2000 ed è alla base della legge Galli italiana sull’acqua del 1994 e dell’attuale spinta alla privatizzazione della legge Ronchi. In tal senso è mistificatorio distinguere tra proprietà dell’acqua e sua gestione se per poterne accedere si deve pagare un prezzo dettato dalle leggi di mercato.

L’accesso all’acqua potabile per tutti sancito come diritto nella dichiarazione dell’Onu del luglio 2010, non può essere garantito dalla libera concorrenza.

Non è vero neppure che la gestione privata è più efficiente. L’esperienza maturata da diverse città e comuni italiani che adottano modalità di gestione diretta dei servizi pubblici locali dimostrano che le gestioni virtuose esistono. Città importanti come Milano o Verona, hanno fatto registrare “range” elevati di efficienza, efficacia, economicità, con tassi di perdita compresi tra il 10-15%, investimenti crescenti negli anni e tariffe tra le più basse in Italia.

Privatizzare vuol dire affidare la distribuzione dell’acqua a ditte concorrenti tra loro, le quali hanno l’obbligo sia di assumere per concorso e soprattutto, giocandosi gli appalti in concorrenza quello di calmierare i prezzi verso il basso“.

Questa è un’affermazione ideologica. Il servizio idrico è un monopolio naturale. In un territorio passa un unico acquedotto per cui non è possibile creare un mercato dei servizi idrici, né creare la concorrenza nella gestione del servizio. Di conseguenza, la gestione è necessariamente monopolistica. La gara, serve solo a determinare chi sarà il futuro monopolista privato, che potrà dettare per i prossimi 25-30 anni tutte le condizioni di erogazione e costi del servizio rispondendo solo alla legge del profitto attraverso un chiaro aumento delle tariffe. I Comuni e lo stesso Stato saranno espropriati del controllo diretto degli acquedotti che nel corso della storia sono stati realizzati con la fiscalità generale a cui hanno contribuito generazioni di italiani, in questo senso si può parlare di predazione (furto) dell’acqua e quindi della vita. E nella ipotesi in cui le fonti o le falde si esauriscano, i monopolisti privati abbandoneranno la gestione lasciando le comunità locali senz’acqua come già accaduto in India.

Quanto questo sistema si presti alle inefficienze e al clientelismo Dio solo lo sa. [..]I politici ne hanno fatto delle vere e proprie riserve elettorali, attraverso assunzioni che sono di fatto voto di scambio

Non neghiamo il problema del clientelismo presente da sempre in tutti i settori (anche in parlamento si possono “comperare” i voti). L’assenza di una cultura pubblica di servizio al bene comune è una responsabilità dell’attuale classe politica, di destra come di sinistra.

Non esiste nessuna correlazione tra gestione pubblica e corruzione più di quanto nelle gestioni affidate ai privati. Tuttavia nel caso di una gestione non efficiente del servizio da parte di società a totale controllo pubblico, i cittadini hanno la possibilità,attraverso il proprio voto, di non rinnovare il mandato al Sindaco e ai consiglieri comunali. Se invece la gestione viene affidata ad una società mista o ad un privato per 20/30 anni successivi, pur attraverso gara, i singoli cittadini, anche se diventassero azionisti, non hanno alcuna possibilità di cambiare le cose, se non quello di inoltrare un ricorso e/o reclamo magari tramite un “call-center”.


Alla luce di quanto sopra, chiediamo pertanto una rettifica delle affermazioni, invitando a ribadire con forza l’importanza di andare a votare il 12 e 13 giugno per dire si all’acqua gestita come bene comune fuori dalle leggi di mercato.


Ci aspettiamo inoltre una presa di posizione chiara da parte del vescovo di Verona, che smentisca la mancata adesione al documento sottoscritto dalle diocesi italiane aderenti alla campagna “Acqua: dono di Dio e bene comune”.

 

Comitato Referendario Veronese “2 SI per l’Acqua Bene Comune”

Il comitato è composto da oltre 40 associazioni e gruppi sparsi sul territorio della provincia di Verona, rappresentativo di una società civile multicolore.
email: silviacaucchioli@hotmail.it tel. 348 0341453       
www.acquabenecomuneverona.org


Il Vescovo cileno Luis Infanti della Mora sulle politiche di privatizzazione dell’acqua

Nessuno può essere escluso dai beni del creato

Il vescovo cileno Luigi Infanti della Mora sulle politiche di privatizzazione dell’acqua

di Gaetano Vallini
Durante un viaggio in auto in Patagonia, in quella regione dell’Aysén di cui è pastore, in qualità di vicario apostolico, monsignor Luigi Infanti della Mora tre anni fa fece una scoperta che ha segnato il suo impegno pastorale: nel regno delle acque pure e cristalline, delle nevi eterne dei ghiacciai, delle cascate e dei fiumi maestosi, un litro di acqua minerale in bottiglia costava più di un litro di benzina. Monsignor Infanti della Mora ha cominciato ad approfondire le tematiche legate alla salvaguardia dell’ambiente e in particolare alla tutela dell’acqua come bene fondamentale e inalienabile. E — consapevole che, come ha detto il Papa in occasione del cinquantesimo della Mater et magistra, «la questione sociale odierna è senza dubbio questione di giustizia sociale mondiale» — non ha esitato a prendere posizione di fronte ad alcuni progetti di sfruttamento di risorse idriche che nel territorio del suo vicariato apostolico potrebbero mettere a rischio ambiente e popolazione.
«La crescente politica di privatizzazione — si legge infatti nel passaggio più severo della lettera pastorale Dacci oggi la nostra acqua quotidiana scritta nel 2008 — è moralmente inaccettabile quando cerca di impadronirsi di elementi così vitali come l’acqua, creando una nuova categoria sociale: gli esclusi, quelli che restano fuori perché non possono accedere ai benefici degli alimenti, dell’acqua, dell’educazione, della salute, della casa, della tecnologia, della conoscenza. È un’ingiustizia istituzionalizzata che crea ulteriore fame e povertà, facendo sì che la natura sia la più sacrificata e che la specie più minacciata sia quella umana, i più poveri in particolare».
La lettera (Bologna Emi, 2010, pagine 156, euro 10) è diventata una sorta di manifesto mondiale per quanti, cattolici in testa, sono impegnati in iniziative a difesa del creato. A sostenerne la diffusione un passaparola che ha coinvolto anche l’Italia dove alcune associazioni attive nella campagna referendaria contro la privatizzazione dell’acqua hanno invitato monsignor Infanti della Mora a parlare di questo documento e del suo impegno.
Eccellenza, come giudica questa nuova corsa alla privatizzazione dell’acqua che sta interessando sia i Paesi in via di sviluppo che alcuni Paesi occidentali?

Viviamo in un pianeta ammalato e che stiamo facendo ammalare sempre di più, inquinando l’ambiente e ferendo gravemente le creature di Dio, non solo l’uomo. Sentiamo con sempre maggiore consapevolezza che acqua, terra e aria sono beni essenziali per la vita, di cui non possiamo fare a meno. Eppure viviamo in una società in cui si cerca più il profitto che il bene comune, in cui ci sono grandi imprese transnazionali che cercano di appropriarsi di questi beni che noi crediamo siano dono di Dio. Si può affermare che tali imprese transnazionali vogliono prendere il posto di Dio per impossessarsi dei beni che Dio ha affidato alla cooperazione delle persone perché possano crescere. È questa la privatizzazione, che porta diverse gravi conseguenze: impossessandosi di questi beni essenziali per la vita, certe imprese vogliono appropriarsi anche delle persone, dei popoli, delle culture. Di fronte a ciò, c’è bisogno di una reazione, che speriamo pacifica, dei popoli che si sentono venduti al profitto, al business. La nostra stessa fede ci chiede di fare sentire la nostra voce, il nostro grido di dignità di figli di Dio che si sentono parte della creazione.

Lei dunque afferma che non si raggiungerà un nuovo ordine mondiale se i popoli non lo esigeranno. Ma come sarà possibile?
Evidentemente una visione religiosa ed etica della vita del pianeta e della vita umana nella creazione ci obbliga a essere partecipi. Obbliga soprattutto quanti hanno una responsabilità, e una qualche autorità, a entrare nella logica e nella finalità secondo le quali Dio ha creato tutte le cose per renderle beni disponibili per tutti; una logica e una finalità che poggiano su un mondo in cui nessuna creatura è emarginata dall’accesso e dall’utilizzo di tali beni. Quindi se una società neoliberista vuole appropriarsene, puntando soprattutto a quelli essenziali per la vita, per farne motivo di mercato, di profitto, la conseguenza evidente è l’esclusione di gruppi importanti della società. Ciò è molto grave, soprattutto per noi che sentiamo l’urgenza dei poveri.

Si riferisce a questo quando nella sua lettera pastorale parla di strutture di peccato, sottolineando che si tratta del nuovo volto e dei nuovi tentacoli del colonialismo?
Nella lettera pastorale parlo di strutture economiche, politiche e giudiziarie che fanno il gioco del potere per essere intoccabili. Sono strutture di peccato perché voglionono prendere il posto di Dio, vogliono appropriarsi della proprietà delle cose della creazione e delle persone, persino delle coscienze delle persone. L’unica alternativa per sconfiggerle, dal punto di vista etico e della fede, è diventare persone critiche e consapevoli, per creare strutture di vita, non di morte. Ciò significa partecipare a organizzazioni che operano per aiutare le persone e la società a prendere coscienza di queste situazioni, contribuendo ad abbatterle. Come figli di Dio dobbiamo svolgere questa missione profetica. Soprattutto sentiamo l’urgenza di essere presenti su temi che riguardano la tutela del creato, la giustizia sociale e la solidarietà, perché una buona visione etica e una buona visione spirituale possono avere una grande influenza sulle decisioni politiche, economiche, sociali e culturali. Dobbiamo esigere dai vari poteri economici, politici e sociali una partecipazione nella condivisione dei beni che Dio ha creato per tutti. Nella mia lettera chiedo che si faccia attenzione a cosa dicono e a cosa fanno le imprese, i Governi, i mezzi di comunicazione. Bisogna discernere, sostenendo un’informazione critica delle comunità, alzando la voce e denunciando quando occorre. Sento che questo è un grande tema di evangelizzazione della cultura attuale, che vorrebbe emarginare Dio non solo dalla proprietà dei beni della creazione ma anche dalle decisioni importanti dell’umanità.

Lei offre un ulteriore contributo di riflessione proponendo una visione ecocentrica dell’universo. Potrebbe spiegarci cosa intende?
La visione ecocentrica si contrappone alla visione antropocentrica e alla visione cosmocentrica. La prima è centrata sulla presenza dell’uomo nel creato, facendone il signore della creazione, per cui tutta la creazione è al servizio della persona, delle sue necessità e dei suoi desideri. E i desideri sono attitudini che vanno oltre le necessità. La propaganda dei mezzi di comunicazione punta proprio ai desideri, che una società consumistica favorisce attraverso una depredazione e un uso esagerato dei beni della creazione. Nella visione cosmocentrica al contrario l’uomo è visto come un impedimento affinché la creazione possa crescere degnamente, equilibratamente. All’interno di una tale visione c’è una tendenza volta a eliminare la persona umana e, sottesa a questa, l’idea secondo la quale, non potendo eliminare la povertà, si possono almeno eliminare i poveri. La visione che propongo alla riflessione e al discernimento è ecocentrica: se la terra è di Dio, sarà essenziale pensare qual è la finalità per cui Dio ha creato tutto: il cammino verso la perfezione. Questa ricerca di perfezione deve far sì che nessuna creatura sia ferita o ridotta nella sua essenzialità. Quando Dio il settimo giorno si riposa, contempla la perfezione, la bellezza e la santità di tutta la creazione; perfezione, bellezza e santità che il peccato ha intaccato, violentato. Il nostro impegno oggi è di riparare i danni provocati dal peccato dell’uomo alla natura.

Un’ultima domanda: tre anni dopo, in Patagonia, l’acqua in bottiglia continua a costare più della benzina?
Sì, le cose non sono ancora cambiate. Ma la reazione della gente e la coscienza che ha di queste situazioni è molto superiore rispetto a tre anni fa. Credo che la missione della Chiesa sia di impegnarsi affinché le decisioni che si prendono non seguano solo criteri economici, ma tengano conto anche di criteri umani ed etici.
(©L’Osservatore Romano – 20 maggio 2011)