Al direttore di Verona Fedele Margoni don Alberto
Al vicedirettore di Verona Fedele Mons. Bruno Fasani

Al vescovo di Verona Mons. Giuseppe Zenti

Ai vicari della diocesi di Verona

In riferimento alla rubrica “Risponde mons. Bruno Fasani” apparsa il 15 maggio 2011 sul giornale “Verona Fedele” in cui il vicedirettore del settimanale diocesano pretende di fare chiarezza sui quesiti referendari in tema di acqua pubblica, riteniamo che il suo intervento è tutt’altro che chiarificatore anzi confonde ancor di più l’opinione pubblica, in quanto afferma:

Quando si parla di privatizzazione deve essere chiaro che l’acqua non sarà mai dei privati. Resterà bene pubblico di proprietà dello stato e perciò di tutti“.

Ricordiamo che nel 1992 nella conferenza delle Nazioni Unite di Dublino, i poteri economici e politici dei paesi del Nord hanno affermato che l’acqua doveva essere considerata un “bene economico”, quindi una merce da poter vendere e comprare, facendone profitti. Dal 1993 la Banca Mondiale ha imposto questo modello, definendolo “gestione integrata delle risorse idriche”, definendo il criterio del recupero totale dei costi a partire dalla remunerazione del capitale investito dai privati.

Questo modello costituisce la spina dorsale della Direttiva Quadro Europea sull’Acqua del 2000 ed è alla base della legge Galli italiana sull’acqua del 1994 e dell’attuale spinta alla privatizzazione della legge Ronchi. In tal senso è mistificatorio distinguere tra proprietà dell’acqua e sua gestione se per poterne accedere si deve pagare un prezzo dettato dalle leggi di mercato.

L’accesso all’acqua potabile per tutti sancito come diritto nella dichiarazione dell’Onu del luglio 2010, non può essere garantito dalla libera concorrenza.

Non è vero neppure che la gestione privata è più efficiente. L’esperienza maturata da diverse città e comuni italiani che adottano modalità di gestione diretta dei servizi pubblici locali dimostrano che le gestioni virtuose esistono. Città importanti come Milano o Verona, hanno fatto registrare “range” elevati di efficienza, efficacia, economicità, con tassi di perdita compresi tra il 10-15%, investimenti crescenti negli anni e tariffe tra le più basse in Italia.

Privatizzare vuol dire affidare la distribuzione dell’acqua a ditte concorrenti tra loro, le quali hanno l’obbligo sia di assumere per concorso e soprattutto, giocandosi gli appalti in concorrenza quello di calmierare i prezzi verso il basso“.

Questa è un’affermazione ideologica. Il servizio idrico è un monopolio naturale. In un territorio passa un unico acquedotto per cui non è possibile creare un mercato dei servizi idrici, né creare la concorrenza nella gestione del servizio. Di conseguenza, la gestione è necessariamente monopolistica. La gara, serve solo a determinare chi sarà il futuro monopolista privato, che potrà dettare per i prossimi 25-30 anni tutte le condizioni di erogazione e costi del servizio rispondendo solo alla legge del profitto attraverso un chiaro aumento delle tariffe. I Comuni e lo stesso Stato saranno espropriati del controllo diretto degli acquedotti che nel corso della storia sono stati realizzati con la fiscalità generale a cui hanno contribuito generazioni di italiani, in questo senso si può parlare di predazione (furto) dell’acqua e quindi della vita. E nella ipotesi in cui le fonti o le falde si esauriscano, i monopolisti privati abbandoneranno la gestione lasciando le comunità locali senz’acqua come già accaduto in India.

Quanto questo sistema si presti alle inefficienze e al clientelismo Dio solo lo sa. [..]I politici ne hanno fatto delle vere e proprie riserve elettorali, attraverso assunzioni che sono di fatto voto di scambio

Non neghiamo il problema del clientelismo presente da sempre in tutti i settori (anche in parlamento si possono “comperare” i voti). L’assenza di una cultura pubblica di servizio al bene comune è una responsabilità dell’attuale classe politica, di destra come di sinistra.

Non esiste nessuna correlazione tra gestione pubblica e corruzione più di quanto nelle gestioni affidate ai privati. Tuttavia nel caso di una gestione non efficiente del servizio da parte di società a totale controllo pubblico, i cittadini hanno la possibilità,attraverso il proprio voto, di non rinnovare il mandato al Sindaco e ai consiglieri comunali. Se invece la gestione viene affidata ad una società mista o ad un privato per 20/30 anni successivi, pur attraverso gara, i singoli cittadini, anche se diventassero azionisti, non hanno alcuna possibilità di cambiare le cose, se non quello di inoltrare un ricorso e/o reclamo magari tramite un “call-center”.


Alla luce di quanto sopra, chiediamo pertanto una rettifica delle affermazioni, invitando a ribadire con forza l’importanza di andare a votare il 12 e 13 giugno per dire si all’acqua gestita come bene comune fuori dalle leggi di mercato.


Ci aspettiamo inoltre una presa di posizione chiara da parte del vescovo di Verona, che smentisca la mancata adesione al documento sottoscritto dalle diocesi italiane aderenti alla campagna “Acqua: dono di Dio e bene comune”.

 

Comitato Referendario Veronese “2 SI per l’Acqua Bene Comune”

Il comitato è composto da oltre 40 associazioni e gruppi sparsi sul territorio della provincia di Verona, rappresentativo di una società civile multicolore.
email: silviacaucchioli@hotmail.it tel. 348 0341453       
www.acquabenecomuneverona.org


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