La rivolta studentesca in Usa contro l’acqua in plastica. E le università si piegano.

La rivolta studentesca in Usa contro l’acqua in plastica. E le università si piegano.

Sabato, 31 marzo 2012 – 10:00:00

Nuova puntata della rubrica di Affaritaliani.it in collaborazione conwww.nonsprecare.it
Vuoi non sprecare? Scrivi e chiedi consiglio ad Antonio Galdo:angaldo@gmail.com

Un movimento studentesco, ramificato in tutti gli Stati Uniti, sta mettendo  in seria difficoltà l’industria americana che imbottiglia nella plastica 34 miliardi di litri di acqua minerale e fattura 22 miliardi di dollari l’anno. E’ una battaglia senza esclusione di colpi, giocata nel ring del web, dove al sito del movimento Ban the bottle (Metti al bando la bottiglia), www.banthebottle.net, si contrappongono i video su Youtube firmati dall’Associazione americana dei produttori di acqua in bottiglia dove si parla di “disinformazione e mistificazioni”.

Il movimento, intanto, ha incassato una catena di successi nelle più prestigiose università degli States, visto che sono ormai ben 90 i campus del Paese dove il senato accademico ha deciso di vietare la vendita di acqua minerale in bottiglie di plastica. Parliamo di luoghi strategici per la formazione della classe dirigente americana, come Harvard, e di università molto popolari nel Paese, come la Brown nel  Rhode Island.

Qui, per esempio, studenti, professori e visitatori acquistavano ogni anno 320mila bottiglie “usa e getta” di acqua minerale, e adesso il fatturato di questo prodotto è stato portato a zero. Nel sito di Ban the bottle compare l’intera rete d’azione del movimento, con immagini e dati relativi agli effetti devastanti di un eccessivo uso della plastica negli Stati Uniti, a partire dai 17 milioni di barili di greggio che servono per produrre le bottiglie “usa e getta”.  Ma non solo. Tra i banner pubblicitari, che fanno pensare a dei sostenitori anche finanziari del sito e dell’intero movimento universitario, c’è il marchio Nalgene, un altro colosso dell’industria americana che ha brevettato una linea di bottiglie “eco-compatibili”, cioè non dannose come la plastica che finisce nella spazzatura, riutilizzabili e riciclabili.

La rivolta nelle università americane contro l’uso dell’acqua minerale in bottiglie di plastica “usa e getta” rischia di diventare un vero spartiacque nella storia globale di questa battaglia. Da un lato, infatti, le decisioni prese dai 90 college avranno sicuramente un impatto enorme nell’opinione pubblica, specie nelle nuove generazioni. E dall’altro versante le efficienti università americane hanno già messo in campo l’alternativa di sistema alle bottiglie “usa e getta”. Sono i distributori di acqua filtrata, installati nei college universitari dopo la vittoria del movimento studentesco. Acqua pubblica e gratuita.

 

PDL e LEGA: regalo alle acque minerali

Emendamento scandalo:
Consiglio Regionale schiavo della casta delle minerali
ridotti canoni acque minerali fino al 2015


“Oltraggio alla Giornata Mondiale dell’Acqua”
Legambiente: “Persi oltre 10 milioni di euro”

Lazzaro: “concessioni pubbliche da pochi euro ma le aziende guadagnano milioni. Mentre i cittadini pagano la crisi”.

“Il Consiglio Regionale ha approvato, con i voti della maggioranza, l’ennesima presa in giro nei confronti dei cittadini veneti”. Queste le parole di Luigi Lazzaro, presidente di Legambiente Veneto, a commento del voto favorevole al maxi emendamento alla Legge Finanziaria 2012 che proroga al 2015 le riduzioni del pagamento dei diritti di prelievo delle acque minerali, previste dalla Legge 22/2009.
La Legge Regionale 10.10.1989 n.40 “Disciplina della ricerca, coltivazione e utilizzo delle acque minerali e termali”, all’art. 5, poi modificato dall’art. 6 della Legge Finanziaria Regionale 2007, fissa un canone di concessione per volume imbottigliato pari a 3,00 euro al metro cubo. Con il voto di ieri, il Consiglio Regionale proroga al 2015 la riduzione del canone concesso per gli anni 2010/2012 fissato a 1,5 euro per metro cubo di acqua e suoi derivati prodotti, imbottigliati in contenitori di plastica e a 1,00 euro a metro cubo di acqua e suoi derivati prodotti, imbottigliati in contenitori di vetro.

“Con questa decisione la Regione Veneto manda in fumo introiti per oltre 10 milioni di euro” afferma l’Associazione Ambientalista.

Come dichiarato dal Servizio Tutela Acque – Ufficio Acque Minerali e Termali della Regione Veneto, in risposta al questionario inviato da Legambiente ed AltrEconomia nell’autunno 2011, i volumi imbottigliati dalle aziende titolari di concessioni in Veneto ammontano a 2.504.330,238 metri cubi, di cui 2.378.297,818 imbottigliati in contenitori di plastica e 126.032,420 in contenitori di vetro. Questo significa un introito per le casse regionali pari a 3.693.479,147 con il canone agevolato, a fronte di un incasso pari a 7.512.990,714 se fosse stato applicato il canone stabilito dalla vigente legislazione in materia.

“Un mancato incasso di oltre 3 milioni 800 mila euro all’anno, 11,4 milioni in tre anni – spiega Lazzaro – che sarebbero potuti essere reinvestiti in progetti riguardanti la conservazione e la ricarica delle falde acquifere, l’ammodernamento delle reti idriche pubbliche, nonché a compensazione dei danni diretti e indiretti provocati nei comuni ove hanno sede gli impianti e in quelli contermini e per finanziare campagne di sensibilizzazione al risparmio idrico ed al consumo consapevole dell’acqua, esattamente come stabilito dalla normativa regionale”

Secondo l’esponente ambientalista: “il sistema di “privatizzazione di fatto” delle sorgenti e di pagamento di canoni irrisori agli enti locali competenti continua a garantire alle società di imbottigliamento guadagni vertiginosi. La mancanza di una legge nazionale ha provocato una situazione da vero e proprio far west in cui ogni Regione decide in modo autonomi l’importo e il criterio secondo cui applicare i canoni”.

Nel 2006 la Conferenza delle Regioni aveva dato indicazioni per una revisione dei canoni, indicando tre tipologie di canone (da 1 a 2,5 euro per metro cubo o frazione di acqua imbottigliata; da 0,5 a 2 euro per metro cubo o frazione di acqua utilizzata o emunta; almeno 30 euro per ettaro o frazione di superficie concessa). Ma da allora solo 13 Regioni hanno rivisto la normativa. Di queste regioni, 9 hanno recepito le indicazioni in modo solo parziale o al ribasso.

“In questo modo – insiste Lazzaro – le casse delle Regioni rimangono praticamente vuote mentre le società imbottigliatrici continuano a fare profitti stellari. La revisione dei canoni è fondamentale in tempi di crisi economica e di gravi tagli dei contributi agli enti locali. La Regione Veneto, invece, si fa scudo proprio della tragica congiuntura economica per garantire alla casta delle minerali uno status quo che rappresenta uno schiaffo ai cittadini oggi in difficoltà”.

Ed ecco la proposta di Legambiente: se invece di applicare i canoni indicati, si passasse, a livello nazionale, a un canone uguale per tutto il territorio di 10 euro a metro cubo imbottigliato, solo nel 2010 si sarebbero ricavati ben 122 milioni di euro, appena il 5% del totale dei guadagni annuali delle aziende imbottigliatrici, che potrebbero essere reinvestiti ad esempio nell’ammodernamento impiantistico nel ciclo delle acque. Un aumento dei canoni porterebbe sicuramente anche altri vantaggi, in primo luogo l’aumento dei prezzi e il riallineamento dei consumi alle medie europee, ovvero verso il basso, riducendo in questo modo l’impatto ambientale di tutto il ‘business dell’oro blu in bottiglia’. Business che ad oggi prevede  l’utilizzo di oltre 350mila tonnellate di PET, per un consumo di circa 700mila tonnellate di petrolio e l’emissione di quasi 1 milione di tonnellate di CO2. Delle bottiglie utilizzate il 78% sono in plastica e solo un terzo viene riciclato mentre i restanti due terzi finiscono in discarica o in un inceneritore, per non dimenticare l’impatto dei trasporti su camion del 85% delle bottiglie. Un processo di revisione e innalzamento dei canoni consentirebbe quindi di alleggerire il territorio e gli enti locali dal peso dell’inquinamento e degli interventi necessari a fronteggiarlo.

Ma, probabilmente – conclude Lazzaro – gli interessi delle aziende contano, per il Consiglio Regionale, molto di più delle esigenze di Comuni e cittadini”.

Coop, altro articolo su Repubbblica

Il sodalizio sembbra continuare, sempre con la convenzione ad escludendum della nostra lotta per riportare il controllo delle risorse idriche in mano ai cittadini. Sicuramente una bella pubblicità “gratis” per Coop, che sta mediaticamente occupando la scena come attore che difende l’acqua del rubinetto. Facciamo una domana: perché?

“Acqua Minerale? No grazie”
la guerra arriva sullo scaffale

La Coop: dal rubinetto è meglio. Ed è bagarre. L’offensiva passa anche da un raddoppio delle fonti per approvvigionarsi. Il colosso è pronto a vendere ai consumatori una sua caraffa filtrante a uso domestico

di PAOLO BERIZZI

"Acqua Minerale? No grazie" la guerra arriva sullo scaffale

MILANO – Con un po’ di enfasi l’hanno già battezzata “la guerra delle acque”. Qualcuno ha voluto aggiungere che le acque si sono ormai rotte. Sta di fatto che, a colpi di spot, tra campagne mediatiche, dossier scientifici, cartelloni con la mappa delle sorgenti più vicine alla nostra cucina, consigli e sconsigli per gli acquisti, i fautori del rubinetto e quelli della bottiglia se le stanno suonando alla grande. Da una parte Coop (che pure etichetta le sue bottiglie) insieme con qualche alleato di scuola di pensiero (evviva l’acqua del sindaco, è buona, economica e fa bene all’ambiente).

Dall’altra Mineracqua, la federazione italiana dei produttori di acque minerali, che controbatte esaltando la “superiorità” dell’oro blu in versione confezionata. Ma andiamo con ordine. La prima pietra – anzi, la prima goccia – l’ha lanciata Coop Italia cinque giorni fa. Con una campagna di comunicazione aggressiva (“Acqua casa mia”, costo 1 milione di euro, testimonial Luciana Littizzetto che in uno spot tv annaspa nel traffico e poi con gusto beve dal rubinetto come se ne sgorgasse lo stesso liquido della piscina di Cocoon), ha invitato gli italiani a consumare più acqua pubblica, o, in alternativa per chi non vuole rinunciare alla minerale, a scegliere quella delle fonti più vicine a casa (a km 0 come è del resto quella gratis).

L’obiettivo, spiega la Coop, è prima di tutto ecologista. E cioè: ridurre i costi e l’inquinamento che derivano dal trasporto dell’acqua. Per portarla dalla fonti alla tavola – l’Italia è il primo consumatore in Europa e terzo al mondo di acqua minerale dopo Emirati e Messico, 195 litri a testa – si muovono ogni anno 480 mila tir. Che messi in fila fanno un viaggio andata e ritorno Roma-Mosca. “Il trasporto su gomma di 100 litri d’acqua che viaggiano per 100 km produce emissione per oltre 10 kg di anidride carbonica – spiega Aldo Soldi, presidente di Ancc-Coop – . Se invece si sceglie acqua di rubinetto per ogni 100 litri si immettono in atmosfera 0,04 kg di CO2, 250 volte di meno”.

È evidente che non alla sola tutela dell’ambiente pensa Coop: incentivando l’acqua del rubinetto, il colosso distributivo è pronto a vendere ai consumatori una sua caraffa filtrante a uso domestico. Di più. L’offensiva contro i grandi produttori passa anche da un raddoppio delle fonti di approvvigionamento. Alle due già esistenti (sorgente Grigna a Lecco e monte Cimone a Modena) Coop ne aggiunge altre due (Valcimoliana a Pordenone e Angelica a Perugia). In questo modo, con quattro fonti, una quinta arriverà al sud, la distanza media che le bottiglie devono percorrere si accorcerà del 12%. E cioè 235mila km e 388mila kg di anidride carbonica in meno.

Aperta la gara di purezza – a fianco di Coop si schierano anche Amiacque e Cap Holding – la replica dei produttori di acqua minerale non si è fatta attendere. Giura il presidente di Mineracqua, Ettore Fortuna, che la “nostra campagna istituzionale era già in programma da due mesi” e che “Coop avrebbe potuto coinvolgerci, visto che la salvaguardia dell’ambiente è cara anche a noi”. Ma tant’è, lanciata la sfida, gli imbottigliatori sono insorti. “Ci siamo stancati di sentire dire che l’acqua del rubinetto e quella in bottiglia sono uguali – ragiona Fortuna – . Non è così. Si vuol far credere agli italiani che se comprano l’acqua devono sentirsi in colpa perché inquinano l’ambiente… “.

Per questo, dice, “abbiamo lanciato la nostra campagna. L’acqua in bottiglia è pura all’origine, non è trattata, è impossibile trovare tracce di cloro o suoi derivati. È imbottigliata alla sorgente e, quando la sorgente non è attaccata agli impianti, in quel tratto scorre in condotte di acciaio inossidabile, non di cemento o plastica come quella del rubinetto”. La sfida è apertissima. In tutto questo, bottiglia o rubinetto, gli italiani si confermano grandi bevitori del liquido più ipocalorico per eccellenza. Sempre divisi in due fazioni. E a volte attenti al portafoglio.

Repubblica on-line (12 ottobre 2010)