L’acqua ferma l’onda liberista.

Pubblicato dal Corriere della Sera

Giovedì 16/6

Il referendum sul nucleare ha tirato la volata, ma quello sull’acqua ci ha messo l’anima profonda del cambiamento.

Ha interrotto una lunga fase, non solo quella di Berlusconi, ma quella del liberismo senza limiti di Regan, del ritiro della politica da ogni idea pubblica che ha contaminato tutti.

Viene da lontano, è figlia dei Forum Sociali Mondiali e di un lungo lavoro culturale di 11 anni e di lotte, che hanno scavato nelle coscienze dei cittadini, di dialogo con la chiesa e di confronto-scontro coi partiti.

Le privatizzazioni caratterizzeranno il dopo referendum e il dopo Berlusconi. Ma non si potrà ignorare che i cittadini hanno detto: che il servizio idrico va gestito pubblicamente e che vogliono partecipare alla definizione delle scelte che si faranno, sapendo che si scontreranno con destra e sinistra, ma sopratutto con Confindustria, Federutilty, multinazionali che hanno ripetutamente detto che le privatizzazioni devono stare al centro dell’iniziativa di qualsiasi governo.

C’è in giro il timore di un nuovo “fantasma che si aggira per il mondo”…Ed è il fantasma della partecipazione che si fa soggetto organizzato in reti nazionali ed internazionali, capace di darsi obbiettivi a tutti i livelli: dal fermare la mercificazione dell’acqua potabile, all’affermazione del diritto umano nelle istituzioni internazionali. Che ha rivitalizzato come in Uruguay e Berlino il referendum strumento della sovranità popolare. Ha introdotto il linguaggio dei beni comuni di cui oggi tutti parlano. Che non divide i popoli, non demonizza i partiti per trovare un proprio consenso, ma cerca consenso tra la gente per cambiare la cultura dei partiti e portarli a battersi con noi come è avvenuto in parte nei referendum.

Non ha chiesto: stai con Berlusconi o contro? Ha detto a tutti: guardate al mondo e ai suoi terribili problemi, sono anche nostri. Ban Ky-Moon nel 2008 ebbe a dire che siamo di fronte a una grande crisi idrica mondiale ed a una grande crisi energetica che si alimentano e provocano altre crisi, compresa quella alimentare.

Volevamo parlare di questo. Chiedere: perché l’accesso ai beni comuni indispensabili alla vita e che scarseggiano, deve essere regolato dal mercato?

Esiste ancora un interesse pubblico e una fiscalità generale? L’acqua potabile è un bene comune oppure per il fatto che occorrono interventi industriali, la sua natura diventa economica, il suo accesso diventa individuale, regolato dal mercato?

L’acqua è un diritto umano o è solo un bisogno individuale che si compera come sostengono le multinazionali e i Forum Mondiali dell’acqua partecipati da 160 governi?

Noi non abbiamo parlato di gratuità. Avremmo voluto spiegare che vogliamo garantire il diritto a tutti, a carico della fiscalità, 50 litri al giorno per persona come sostiene l’OMS e dopo tale consumo una tariffa progressiva sempre più cara per garantire il risparmio.

Per paura ci hanno resi muti. Ha parlato la politica, che trasversalmente volle le privatizzazioni, e rancorosi economisti senza anima che hanno ridotto tutto ad una questione di fredda contabilità.

Il soggetto della partecipazione esiste. Ora i partiti non sono i soli soggetti della politica, ma anche i movimenti. Un protagonista in più, che vuole incontrare con pari dignità i partiti e le istituzioni, riproporre la propria legge di iniziativa popolare che il governo non volle discutere e aprire il grande tema della costituzionalizzazione dei beni comuni.

I referendum sull’acqua ci segnala un cambiamento epocale il cui motore è stata l’acqua. Prendetene atto e non parlate sempre da contabili.

Emilio Molinari

15.6.2011

 

Dalle amministrative al Referendum, le bandiere dei fori sociali

Dalle amministrative al Referendum, a dieci anni di distanza tornano a sventolare le bandiere dei fori sociali rafforzate da Internet

E’ un mondo nuovo quello che disegnano i Referendum. E’ un mondo dove il ruolo ineludibile dei “media personali di comunicazione di massa”, rende Internet e non più “Porta a Porta” la terza Camera del paese. Ma è un mondo anche antico dove trionfano le ragioni dei Fori Sociali sconfitte dal manganello a Genova giusto dieci anni fa. Il PD sale sul carro dei vincitori ma è atteso alla prova di un cambio culturale che finora non ha incarnato e che forse non è nelle sue corde. Intanto l’avversario berlusconiano è alle corde ma è pericoloso offrire sponde ai peggiori, i leghisti, per disegnare il futuro.

A Matteo Dean

di Gennaro Carotenuto

 

1) DA GENOVA 2001 AI REFERENDUM 2011 – A dieci anni esatti dal G8 di Genova, che fu il punto di inflessione della crisi di lungo periodo della nostra Repubblica, molte delle idee che sembravano spazzate via dalla nostra storia politica sotto i colpi di manganello e i lacrimogeni, riemergono, quasi improvvisamente e inaspettatamente, per trionfare con dei referendum dal contenuto etico-politico rilevantissimo. Vince oggi lo stesso blocco sociale del Genoa Social Forum, sinistra plurale dei movimenti, mondo cattolico, volontariato, gli elettori degli allora DS e Margherita, ma non i dirigenti di questi.

Vince oggi un blocco sociale che ha sempre continuato ad esistere e lottare per un’Italia migliore, pur sistematicamente occultato dai media, che rimette all’ordine del giorno il tema del fallimento etico e pratico del neoliberismo per rilanciare temi cruciali quali i beni comuni e un modello energetico che, basandosi sulle rinnovabili, non alimenti il mito della crescita infinita ma trovi un equilibrio con un pianeta allo stremo. E’ il blocco sociale degli italiani riflessivi che, leggono e pensano e che sconfigge oggi il nichilismo individualista del berlusconismo. I diritti sono più importanti dei profitti, hanno detto 26 milioni di italiani, qualcosa di inaudito dopo decenni di martellante propaganda inversa: i diritti come privilegi, il profitto come valore fondante della nostra società. A new beginning, un nuovo inizio in una terra incognita.

 

2) TATTICA E STRATEGIA DEL PD – Il Partito democratico, con una straordinaria faccia tosta, è salito sul carro referendario per proclamarsi vincitore. La cosa non è un male in sé, e alla vittoria il PD contribuisce in maniera decisiva. Ma è sorprendente che quello che fino a ieri si vantava di essere l’unico partito capace di liberalizzazioni, o che sosteneva che il referendum sul legittimo impedimento avrebbe potuto solo favorire Berlusconi, oggi faccia proprio questo successo. Appare sospetto in particolare l’antiberlusconismo oltranzista con il quale Pierluigi Bersani ha accolto e commentato il risultato. Chiedere le dimissioni del governo sembra a ben guardare una maniera di parlar d’altro rispetto ai temi referendari. Bersani sa che a vincere non sono stati i partiti ma i movimenti. In questi anni, soprattutto in regioni come la Toscana, il PD è stato il partito della privatizzazione dei servizi pubblici scontrandosi ripetutamente con la società civile. Adesso ne sposa le tesi con una facilità sospetta che non appare frutto di un cambiamento culturale nei modelli di società di riferimento di quel partito che finora è stato capace di disegnare appena un neoliberismo spurgato dei suoi tratti più intollerabili. E’ tattica o strategia?

 

3) DAL BASSO, DALLA RETE – Proprio Pierluigi Bersani appare però cosciente che qualcosa di straordinario sia successo in questo mese italiano e, nonostante le dichiarazioni di facciata, sa bene che non è stato il Partito democratico, che pure è al centro di ogni gioco, a condurre le danze. Il PD ha dovuto farsi piacere Giuliano Pisapia o Massimo Zedda (ed è stato battuto duramente da Luigi De Magistris) esattamente come si è fatto piacere dei referendum che non desiderava e che non facevano parte della sua cultura politica. In questo mese straordinario le danze sono state condotte dai movimenti, dalla forza orizzontale della Rete, dal sentirsi ognuno di noi protagonista della rivoluzione dei “media personali di comunicazione di massa”, da un mondo associativo che mal sopporta che il PD, all’ombra di zio Silvio, abbia costruito in questi anni una classe dirigente organica al modello e convinta che essendo l’egemonia culturale della destra destinata a durare in eterno tanto vale uniformarsi.

Delle due l’una: o non c’è alcun cambio di egemonia in vista, e allora i berluschini del PD (viene in mente Matteo Renzi) possono salvare le loro ben avviate carrierine gregarie, oppure il PD, se vuol cogliere l’esprit du siècle, dovrà rinnovare profondamente i propri quadri aprendosi ad aria e gente nuova e liberandosi di tanti yes-men senza qualità che ognuno di noi conosce. Tutto ciò ha valenze politico-culturali profonde ma tocca anche, a breve termine, le strategie di uscita dal berlusconismo. Se Pisapia, Zedda e De Magistris avessero perso e i referendum non avessero fatto il quorum nessuno avrebbe fermato il dalemiano “modello Macerata” (UDC+PD a guida dei primi). Quel modello, che vuol dire anche il predominio assoluto della “politica politicante”, della politica plebiscitaria che convoca le masse solo per autocelebrarsi, dopo amministrative e referendum diviene improponibile, ma l’alternativa è di là dall’essere chiara e sostenibile.

 

4) DEMOCRAZIA DIRETTA E INTERNET “TERZA CAMERA” – L’istituto referendario, dato per morto, ha battuto un colpo, ma non per questo gode di buona salute. Di sicuro si dimostra che dopo vent’anni di orgia maggioritaria fino al plebiscitarismo, che ha portato all’umiliazione del sistema parlamentare con il porcellum, che riempie le camere di uomini senza qualità scelti per l’obbedienza al capo, alcuni elementi di democrazia diretta possono essere un correttivo importante o comunque i cittadini (se ancora il loro volere conta qualcosa) hanno dimostrato di considerare importante tale (scomodo, per i partiti) correttivo. Sarebbe facile sciogliere il nodo della crisi dei referendum: raddoppiare le firme e dimezzare il quorum. Ma è una soluzione troppo ragionevole perché i partiti attuali possano accoglierla. Proprio la forza della Rete, che nessuno può più sottovalutare e che non potrà che continuare a crescere mano a mano che la generazione degli analfabeti informatici scomparirà, impone però una scelta del genere. Internet, altro che “Porta a porta”, è divenuta la vera terza Camera, un “poder popular” orizzontale dove le idee circolano senza veti e senza censure, dove le regole della propaganda non valgono ma vale semmai il contrario. E’ il “vento del Cairo”, dove la politica, se vuole incontrarsi con i cittadini, è obbligata a far proprie le istanze e i modelli comunicativi di questi. Così nessun centralismo democratico è più possibile e gli elettori del “movimento 5 stelle”, che al secondo turno delle amministrative hanno tranquillamente voltato le spalle a Beppe Grillo votando per i candidati di centro-sinistra, dimostrano quanto difficile per i dirigenti sia intercettare il consenso.

 

5) USCIRE DAL LEGHISMO NON MENO CHE DAL BERLUSCONISMO – Non fa più notizia che la maggioranza non abbia difeso le sue stesse leggi facendo campagna per il “no”. Fa notizia che questa volta sia andata male. Silvio Berlusconi, che appare davvero a fine corsa, si è rifugiato nell’andare a mare che era già stato fatale per il suo sodale Bettino Craxi. Il risultato è per lui esiziale. Perde l’arma delle leggi ad personam per difendersi dai processi, come perde la possibilità di compensare col nucleare molti amici degli amici. Si guarda le spalle per capire chi è Bruto. Umberto Bossi, Giulio Tremonti, Roberto Formigoni, i romani Alemanno e Polverini, i cosiddetti “responsabili” comprati ieri e pronti a rivendersi oggi.

Da sinistra in molti confidano che la Lega stacchi la spina. E’ una speranza che dà erroneamente per scontato che il più grande partito del paese sia destinato a implodere alla caduta del fondatore mentre invece la Lega sia destinata a restare e ad essere recuperata al gioco democratico e perfino cooptata in maggioranze alternative. Sembrano credere davvero che le elezioni amministrative le abbia perse solo Silvio e non la Lega e non sembrano cogliere che la Lega sia stata la spina dorsale dell’ideologia della destra mentre il PdL si stia frantumando in feudi più piccoli al sud come al centro e al nord.

Forse è vero che tatticamente tutto vale per liberarsi di Berlusconi ma a patto di non dimenticare cos’è la Lega: un partito razzista, rapace, che in questi anni non ha avuto remore a seminare l’odio tra gli italiani, a calunniare sistematicamente parte di questi oltre che a umiliare sistematicamente i migranti. Questa (vero Massimo d’Alema?) non è mai stata e mai potrà essere una costola della sinistra. La Lega non è neanche una destra normale, è una destra antimoderna, violenta, antinazionale che interpreta la logica del branco, del più forte che schiaccia il più debole, una destra che usa la democrazia per svuotarla di senso. Così l’uscita dalla crisi italiana sarà pensabile solo se finalmente la cultura leghista verrà esposta al ludibrio in tutta la sua infamia e marginalizzata al di fuori di un rinnovato “arco costituzionale” che, paradossalmente, contiene il centro-destra post-berlusconismo ma non la Lega.

 

Gennaro Carotenuto su https://www.gennarocarotenuto.it

 

 

 

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GRAZIE A TUTTI!

Un GRAZIE sentito a tutti noi, proprio tutti. Questa è l’Italia MATURA, che con un movimento popolare occultato dai media di massa, dalle televisioni nazionali di stato e non, con rare eccezioni, è stato in grado di mobilitare milioni e milioni di Italiani, non contro questo o quel governo, ma per la difesa trasversale di un bene comune necessario all’esistenza di ogni comunità.

Un risultato che compensa delle fatiche, un risultato che apre una strada ancora più importante: bloccato il processo di privatizzazione, ora bisogna invertire la marcia e procedere verso la vera partecipazione dei cittadini alla gestione comune dei beni comuni. La strada è impervia, prova ne  sono i comunicati dei politici e l’assenza anche in questa fase dei Forum dalla scena mediatica, ma insieme a tutti voi cammineremo, assieme a tutti voi torneremo ad abitare gli spazi da cui siamo stati via via allontanati, perché

SI SCRIVE ACQUA, SI LEGGE DEMOCRAZIA

Redazione acqua bene comune padova

Tutto e tutti contro i referendum

Care e cari,

a sei giorni dal voto Ballarò e Anno Zero pare non vogliano ospitare il nostro comitato in studio, preferendo dare la parola sui referendum ai soliti volti che affollano ogni settimana quelle trasmissioni. Abbiamo diffuso questo comunicato lamentando una grave mancanza di rispetto per chi in questi anni ha condotto una fondamentale battaglia di democrazia sull’acqua bene comune.

Se volete scrivere a Ballarò per dire la vostra potete farlo a ballaro@rai.it, se volete fare lo stesso con Anno Zero potete utilizzare il form presente sul loro sitohttps://www.annozero.rai.it/dl/portali/site/articolo/ContentItem-5e39f909-2a39-4b2a-bb7d-002e4dc375b1.html

Saluti esterrefatti,

Luca

COMUNICATO STAMPA

Ballarò e Anno Zero: no ai comitati referendari in studio

A sei giorni dai referendum del 12 e 13 giugno, il Comitato Referendario 2 Sì per l’Acqua Bene Comune è costretto a rilevare un vero e proprio muro di gomma rispetto ai talk show di informazione Rai.

Le prossime puntate di Ballarò e Anno Zero saranno interamente dedicate ai referendum, nonostante questo le testate giornalistiche preferiscono chiamare in trasmissione rappresentanti partitici: gli unici, a quanto pare, abilitati a parlare in televisione. Troviamo scandaloso che il Comitato Promotore, quello che ha raccolto un milione e quattrocentomila firme e che ha promosso i referendum venga sistematicamente escluso o ridotto al ruolo di comprimario. Un vero e proprio blocco a chi non ha in tasca una tessera partitica, in barba agli autorevoli appelli del Presidente della Commissione di Vigilanza Rai, Sergio Zavoli, che aveva raccomandato la presenza dei comitati promotori nei programmi Rai. Ricordando a tutti che il Comitato Promotore è un soggetto costituzionalmente riconosciuto rimaniamo basiti di fronte alla mancanza di rispetto per il lavoro di migliaia di volontari sparsi per tutto il territorio nazionale.

Ci spiace constatare la disattenzione di programmi percepiti più attenti alle tematiche sociali. Diamo invece atto a Bruno Vespa di aver invitato a Porta a Porta un rappresentate del Comitato Promotore dei referendum pro acqua pubblica.

Roma, 6 giugno 2011–
Luca Faenzi
Ufficio Stampa Comitato Referendario 2 Sì per l’Acqua Bene Comune
ufficiostampa@acquabenecomune.org
+39 338 83 64 299
Skype: lucafaenzi
Via di S. Ambrogio n.4 – 00186 Roma
Tel. 06 6832638; Fax. 06 68136225 Lun.-Ven. 10:00-19:00
www.acquabenecomune.org
www.referendumacqua.it

Martinelli: C’è chi gioca con i referendum

https://www.altreconomia.it/site/fr_contenuto_detail.php?intId=2807&fromHP=1

L’atteggiamento dei media nei confronti dei referendum, e in particolare ai due quesiti sull’acqua, è un attentato al quorum. Dopo aver “relegato” per oltre un anno al rango di non notizia la questione della privatizzazione del servizio idrico integrato, oggi creano le condizioni per un’appropriazione indebita dei quesiti referendari da parte dei partiti (vedi comunicato sotto).

Il primo a riconoscerlo e a scriverlo, lucidamente, è stato Stefano Folli, dalle colonne de Il Sole 24 Ore. Il 1° giugno ha scritto: “All’improvviso i tre referendum di giugno diventano la nuova minaccia mediatica, prima ancora che politica, pendente sul centrodestra. C’è una logica in tutto questo. Le firme sono state raccolte soprattutto da Di Pietro, con l’appoggio di Vendola e poi con il sostanziale avallo di Bersani. Oggi il triplice referendum è un cannone pronto a sparare contro gli spalti governativi. Ma è anche un mastice che lega fra loro i destini di Partito democratico, Italia dei Valori e Sinistra e Libertà. L’asse fra i tre, uscito consolidato dalle amministrative, cerca nel voto referendario la consacrazione. Chi potrà mai rimetterlo in discussione, se il 13 giugno si sarà raggiunto il ‘quorum’?”.

Folli dimentica, e non è il solo, che l’eventuale raggiungimento del quorum non è merito di questi soggetti; che le firme (un milione e quattrocento mila) sono state raccolte da un Comitato referendario formato da realtà di base, che aveva esplicitamente richiesto ai partiti di fare un passo indietro. Perché fosse possibile votare i referendum nel merito, e non come quesiti “pro” o “contro” il presidente del Consiglio e la permanenza in carica dell’esecutivo.

Nell’ultimo mese, e con maggiore intensità nell’ultima settimana, dopo il risultato del ballottaggio nelle elezioni amministrative, uomini politici di diversi schieramenti hanno fatto outing, dichiarando il proprio “sì” ai due quesiti sull’acqua. A volte, sfidando la disciplina di partito. Altre, manifestando totale incomprensione “nel merito” del referendum. Tra i tanti, vale la pena ricordare il presidente della Regione Toscana, Enrico Rossi, del Partito democratico, che prima annuncia il proprio voto positivo sui due quesiti, poi in un’intervista a Il Sole 24 Ore (domenica 6 giugno) spiega che in Toscana “la gestione è ancora troppo frammentata. Tant’è che stiamo facendo una legge che prevede un solo Ato (ambito territoriale ottimale, ndr) regionale per cui abbiamo già approvato l’indirizzo nella Finanziaria 2011”. Un Ato unico che -in Toscana- risponde esclusivamente agli interessi di quattro soggetti: Acea, l’ex municipalizzata di Roma quotata in Borsa, Suez, la multinazionale francese, Francesco Gaeatano Caltagirone e Monte dei Paschi di Siena. Non serve ricordare che sono tutti soggetti privati.

Se nonostante l’atteggiamento dei media il quorum dovesse esser raggiunto, il Comitato referendario sa bene che a partire dal 14 giugno dovrà rimboccarsi le maniche per tornare a discutere con questi soggetti (e con questa classe dirigente) una vera riforma del servizio idrico integrato che posso riportare la gestione pubblica e un governo partecipato della risorsa.

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Sconti per chi si deve spostare per andare a votare!

Treni
Per i viaggi degli elettori residenti in Italia, i biglietti ferroviari nominativi a tariffa ridotta sono rilasciati dietro esibizione della tessera elettorale e di un documento di identità (unicamente per il viaggio di andata è ammessa l’autocertificazione). I biglietti hanno un periodo di utilizzazione di venti giorni (stabilito per ogni consultazione) e devono essere convalidati prima di iniziare il viaggio di andata e quello di ritorno.
La procedura ha subito un certo ritardo, e dopo telefonate e fax di sollecito alla direzione di Trenitalia, l’aggiornamento in merito è che dal 1 giugno sarà possibile acquistare i biglietti con lo sconto del 70% (maggiore delle altre consultazioni) su tutti i treni a lunga percorrenza.
Tutte le informazioni le troverete quindi da domani 1°giugno a questo link o presso le biglietterie.

Aereo

Per i viaggi effettuati con il mezzo aereo sul territorio nazionale, e’ riconosciuta agli elettori un’agevolazione per il viaggio di andata alla sede elettorale dove sono iscritti e ritorno, nella misura del 40 per cento del costo del biglietto; non è possibile applicare tale agevolazione sulle offerte o sui biglietti scontati. L’importo massimo rimborsabile non può essere superiore a 40 euro per il viaggio di andata e ritorno per ogni elettore. Le linee aeree che hanno aderito sono Alitalia e Blu-express; trovate qui la circolare.

I Referendum SI POSSONO VINCERE

https://www.regione.sardegna.it/j/v/25?s=166497&v=2&c=86&t=1

Dal sito della Regione Sardegna il risultato dell’affluenza al referendum regionale consultivo sul nucleare. Al di la di un risultato scontato nelle percentuali (il 98 % si è espresso contro il ritorno al nucleare) c’è un dato importantissimo sull’affluenza alle urne, indispensabile anche per tutti i referendum nazionali del 12 e 13 giugno. I sardi saranno chiamati a confermare il loro straordinario impegno (59% dei votanti), assieme a tutte le altre regioni italiane, per dire NO! al nucleare così vorace di risorse idriche, ma questa volta con un quesito abrogativo e dal valore legislativo immediato.

Il cinquantanove,34 percento dei sardi aventi diritto di voto si sono recati alle urne, un risultato entusiasmante nonostante i silenzi delle televisioni e dei mezzi di informazione. Un risultato su cui il Presidente Cappellacci (PdL) canta vittoria, parlando del suo personale impegno. Un messaggio chiaro per il nostro Presidente Luca Ziaia, che tanto parla contro il nucleare ma da parlamentare e ministro non si è certo sottratto alle logiche centraliste e di partito, che hanno visto una Lega Nord compatta a votare leggi contro la popolazione, contro il controllo del territorio da parte dei suoi cittadini, leggi appunto come il decreto Ronchi che svenderà l’acqua ai privati.

Rivolgiamo un appello a quanti non hanno le orecchie e gli occhi turati, da destra a sinistra, perché spingano dalla base e accolgano dai vertici il messaggio chiaro che una civiltà senza beni comuni, una civiltà che si priva del controllo delle primarie fonti di vita, l’acqua, l’aria, la terra (pensiamo alle spiagge per 99 anni in “concessione” ai privati) è una civiltà che muore.

Facciamo tutti noi un favore ai nostri rappresentanti politici, che siano di sinistra, di destra, di centro: spieghiamo loro in che mondo vogliamo vivere, urliamoglielo nelle orecchie, mostriamoglielo con la battaglia di ciascuno, con una bandiera, una spilla, una lettera, una telefonata, una chiacchierata al bar, una voce ad una riunione di partito. Non vogliamo morire per i soldi, morire di sete, morire di fame, morire di cancro: sosteniamo i referendum contro il nucleare, contro la svendita del servizio idrico integrato, perché l’energia non deve uccidere, l’acqua non deve generare lucro.

Marco Bersani (Attac Italia) sugli ultimi sussulti governativi

REFERENDUM : LA PARTECIPAZIONE POPOLARECONTRO IL GOVERNO E I POTERI FORTI

L’approvazione al Senato dell’emendamento che sancisce la rinuncia temporanea al nucleare rende evidente la volontà di governo e poteri forti di aprire la guerra ai referendum del prossimo 12-13 giugno.

Diversi interessi convergono in questa direzione e con una chiara strategia.

Dal punto di vista del premier, tutto muove dal panico che una doppia sconfitta popolare –alle elezioni amministrative (Milano in primis) e ai referendum- faccia definitivamente crollare una maggioranza tenuta assieme solo dagli interessi di innumerevoli clan oliati con prebende e posti di potere per garantirne la fedeltà.

Dal punto di vista dei poteri forti -multinazionali, capitale finanziario e lobby territoriali trasversali agli schieramenti politici-  tutto muove dalla consapevolezza che, in particolare con i referendum per l’acqua, le politiche liberiste , per la prima volta dopo decenni, possano essere sconfitte e sanzionate da un voto democratico e popolare, aprendo scenari di modifica dei rapporti di forza culturali e politici nell’intero Paese e di ridiscussione complessiva sull’insostenibilità dell’attuale modello liberista.

Ecco perché, pur utilizzando la sovranità popolare come feticcio ad ogni occasione, questa diventa il peggiore degli incubi quando possa pronunciarsi davvero.

Ma come in ogni disvelamento, con la mossa sul nucleare, il Governo e i poteri forti dimostrano tutta la loro debolezza, dimostrando come il popolo dell’acqua e quello contro il nucleare siano già maggioranza nel Paese, talmente evidente da non poterne accettare il libero confronto e il conseguente voto.

Non sappiamo cosa deciderà la Corte di Cassazione in merito. Sappiamo per certo che da oggi e fino ad allora –intorno alla seconda metà di maggio-  la campagna comunicativa sarà tutta orientata a dire che il referendum sul nucleare non ci sarà, depotenziando l’attenzione dell’opinione pubblica.

Possiamo già prevedere, inoltre, che la strategia non si fermerà qui : già ieri Federutility –la lobby delle SpA che gestiscono il servizio idrico- si è infervorata chiedendo analogo intervento sull’acqua “per impedire due referendum disastrosi”, sapendo su questo di poter contare anche sul consenso di una parte dell’opposizione parlamentare, quella più direttamente legata alle multiutilities delle grandi città.

Il gioco si fa duro e dunque noi dobbiamo “diventare duri mantenendo intatta la nostra tenerezza”.

Da un parte occorre rivendicare i referendum come fine in sé, ovvero come fondamentale espressione della sovranità popolare, tanto più in questa situazione di sostanziale sequestro della democrazia in questo Paese : occorre dire con forza e in tutte le sedi che il diritto delle donne e degli uomini a decidere sulla politica energetica è insopprimibile e non può divenire variabile dipendente dalle tattiche politiche di palazzo.

Dall’altra occorre contare sulla ricchezza –non congelabile da nessun emendamento- dell’esperienza del popolo dell’acqua : quella diffusione reticolare che ha rimesso in moto le energie positive di milioni di donne e uomini che, tutti i giorni e in ogni angolo del Paese, stanno compiendo il più importante processo di autoeducazione popolare degli ultimi decenni, costruendo consapevolezze e intessendo legami sociali, di cui nessun grande mass media parlerà, ma che potrebbero costituire l’elemento decisivo per la vittoria ai referendum.

Contemporaneamente va subito lanciata una campagna per ottenere ora e senza ulteriori tentennamenti ciò che è altrettanto insopprimibile : il diritto all’informazione.

Per questo occorre mobilitarsi subito contro i boicottaggi interni alla Commissione di Vigilanza Rai, che impediscono l’approvazione del regolamento per le trasmissioni televisive, premere su tutte le reti pubbliche e private e sui grandi organi di informazione perché diano adeguata informazione, chiedere ad ogni ente locale di svolgere il proprio ruolo istituzionale favorendo l’informazione e la partecipazione dei cittadini.

Vogliono pregustare la torta di 60 miliardi del business dell’acqua, a noi il compito di rendergli evidente che l’acqua ha un legittimo impedimento : è nostra.

Marco Bersani

Attac Italia

Si può fare politica

Uno scritto di emilio Molinari

Tra poco 50 milioni di italiani dovrebbero recarsi alle urne per il referendum sull’acqua pubblica, e il nucleare. Per impedire il quorum il governo ha negato l’election day, per il solo voto di un radicale e l’assenza di 10 parlamentari del centro sinistra. 400 milioni spesi per evitare il quorum.

Nazionalmente il PD evita ancora di prendere una posizione pubblica per il Sì ai referendum. Teme di dividersi al proprio interno, mentre centinaia di realtà di questo partito si stanno esprimendo e si impegnano per i Sì!

Ma ciò che più preoccupa il sottoscritto è il silenzio e l’indifferenza per i referendum, mostrata finora da quel popolo capace di mobilitarsi, di indignarsi e di scendere in piazza e da parte di quegli uomini e donne che per ruolo pubblico e mediatico sono in grado di dare impulso ai messaggi.

Per questo popolo i referendum sull’acqua pubblica e il nucleare, malgrado la drammatizzazione  che quest’ultimo ha avuto con il Giappone, sembrano ancora lontani dall’essere compresi nella loro portata e immediatezza politica.

Solo il “Via Berlusconi” coniugato di volta in volta da indignazioni per gli attacchi alla Costituzione, alle donne, alla giustizia ecc… sembra appassinare questo popolo e spingerlo a mobilitarsi in milioni.

Donne, intellettuali, attori, cantanti, giornalisti, associazioni d’ogni tipo sono pronti ad unirsi per il “Via Berlusconi”, ma poi sui contenuti tornano al proprio particolare. Non è politica questa, forse indebolirà il personaggio, ma non la cultura di massa che lo esprime e sopratutto, permettetemi, ci rende indifferenti ai contenuti capaci di incidere nella cultura dominante, che tra pochi mesi saremo chiamati tutti al voto referendario e che vincere o perdere non riguarda solo i promotori. Ma è una grande opportunità per cambiare come cittadini, la politica di questo paese e non solo.

Un mese fa al Palasharp di Milano erano presenti Saviano, Eco, Zagrebelsky il meglio della cultura italiana…ma solo Paul Ginsborg ha parlato di acqua e di referendum. Per tutti gli altri, l’agenda politica reale, lo scontro concreto, sembrava non esistere e continua a non esistere.

Nelle straordinarie manifestazioni delle donne nessuna delle organizzatrici ha parlato di nucleare o di acqua, eppure l’acqua è la vita, è la madre, è la donna. L’acqua è, più d’ogni altra questione, in grado di incidere nella cultura berlusconiana o leghista, eppure il nucleare si è riproposto con tutta la sua tragica attualità.

La manifestazione per l’acqua pubblica e il nucleare a Roma il 26 marzo, è stata grande, bella, intelligente, ma non è stata dell’ampiezza di altre in particolare di quella delle donne e non ha avito la benedizione di questo movimento o dei grandi personaggi, a parte Celentano. Perché?

Il mio sconcerto sta qui. E continuerò a chiedere a Saviano o a tutti agli altri intellettuali il perché del loro silenzio, come continuerò chiedere alle donne che pure considero l’interlocutore principale per i referendum, perché tanta indifferenza per i grandi problemi di questo nostro tempo? Problemi di oggi, universali, per i quali la nostra generazione è chiamata a decidere e a rispondere per le generazioni future.

I referendum e le profonde motivazioni che li determinano, sono una battaglia che va ben al di là delle nostre miserie nazionali, non cercano consenso ad un partito o ad uno schieramento, vanno ben al di là della privatizzazione di un servizio, l’aumento di una tariffa o l’idiozia della crescita energetica che motiva il nucleare. Parlano della VITA.

L’indignazione per Berlusconi è cosa sana, ma non rimescola le carte, non sposta consensi, non è capace di ridare alla politica l’idealità e il senso, perduto, dell’interesse pubblico.

Il testamento del 93 enne partigiano francese, Stephan Hassel, ultimo vivente degli estensori della Dichiarazione Universale dei Diritti Umani ci dice: indignatevi! per i perduti diritti universali alla vita, alla salute, alla scuola, alla pensione, per la svendita dei beni comuni.

Diritti trasversali. Capaci di rispondere al vuoto dei partiti e rompere quegli  interessi  che bloccano e logorano come un cancro la politica italiana e mondiale.

La percezione è di essere sull’orlo di un abisso. La crisi finanziaria in Europa scarica 4 trilioni di euro sul debito pubblico per salvare le banche, taglia la spesa pubblica e privatizza.

La crisi economica non può più essere affrontata con il rilancio dei consumi, perché vengono meno le risorse e il nucleare esplode in mano agli apprendisti stregoni. La crisi energetica e la crisi idrica si alimentano tra loro e generano la crisi alimentare che investe miliardi di persone e di cui si intravvedono già gli effetti catastrofici nelle migrazioni, nelle rivolte, nelle guerre.

Ebbene i referendum affrontano questo ordine di problemi. Chiamano tutti alla materialità delle questioni e al pari tempo all’etica, alla spiritualità dei beni comuni, al senso di comunità.

I referendum non sono di un partito, non sono nemmeno di sinistra, indicano che abbiamo superato il “limite”. Il referendum per l’acqua pubblica è chiesto da 1,4 milioni di persone, che trasversalmente per una volta tanto non parlano con la voce della “pancia” e dell’egoismo, ma con quella degli interessi generali, collettivi.

Non parla in odio ai partiti, li richiama alla responsabilità di gestire la cosa pubblica. Chiedono loro di smetterla di rinunciare a fare politica e di consegnarsi al mercato.

E a tutti chiedono di andare a votare, perché questa volta si vota per noi stessi e che….la libertà è partecipazione.

Emilio Molinari

Alberto Lucarelli sul Manifesto

Segnaliamo l’interessante articolo di Alberto Lucarelli, uno degli estensori dei quesiti referendari, relativo alla gestione partecipata del servizio idrico integrato.  Ce ne aveva parlato alla conferenza di Firenze, il suo intervento è apparso giovedì 7 ottobre sul Manifesto, ma ve lo riportiamo anche in calce, per comodità.

Acqua partecipata, una proposta concreta
Riconquistare la sovranità popolare sui beni comuni attraverso la partecipazione dei cittadini. Ai seminari tematici di Firenze, organizzati dal Forum dei movimenti per l’acqua, si è tentato di delineare i passaggi necessari per consentire all’istituto della partecipazione di fare il gran salto di qualità e di porsi, per alcuni versi, al di là, dentro e oltre i principi della convenzione internazionale di Aarhus sulla partecipazione pubblica ai processi decisionali che, seppur rilevanti ed innovativi, si pongono ancora su un piano di democrazia formale piuttosto che di democrazia deliberativa.
La riconquista da parte dei cittadini della sovranità sui beni comuni, ovviamente limitata dalla tutela dei diritti delle generazioni future, intesa quale etica della responsabilità collettiva, deve porsi perlomeno due obiettivi primari: 1) ridare dignità e potere decisionale ai comuni e alle loro aziende speciali; 2) passare da una partecipazione dei cittadini ipocrita e “di facciata” ad una partecipazione vera ed effettiva, che non degradi il cittadino a mero utente del servizio in una logica privatistica e contrattualistica.
Tale processo, che conduce a quella che è stata definita la gestione pubblica partecipata, è maturo per essere attuato, quanto meno per ciò che concerne il governo dell’acqua. Lo straordinario successo della campagna referendaria dimostra che i referendum non si possono creare in laboratorio, o se volete, in maniera strumentale, nelle segreterie di partito. Il quasi milione e mezzo di firme raccolte per arrestare la furia delle privatizzazioni ed il progetto della creazione dei monopoli privati – quanto di meno liberale possa esistere – è la dimostrazione che è possibile giungere a questi risultati soltanto se alla mobilitazione e al fenomeno partecipativo si associa un processo continuo di formazione e informazione della cittadinanza attiva. Questo processo di conoscenza perpetuo rappresenta il miglior antidoto a forme di confusionismo sociale, di cooptazione, di strumentalizzazioni dall’alto. Rischi possibili ed eventuali del fenomeno partecipativo.
E allora, proprio perché siamo in presenza di questi processi straordinari, dobbiamo essere pronti a configurare e realizzare modelli di governo pubblico partecipato, immediatamente realizzabili. Modelli ovviamente non statici ma flessibili, inclusivi e pronti ad essere modificati in relazione alle esigenze delle singole realtà locali. Ma questa flessibilità ed adattabilità va costruita sulla condivisione di alcuni principi, e soprattutto sulla base di regole di diritto pubblico, proprio per evitare le nefaste esperienze della governance, tese ad indebolire lo spazio pubblico e a sostituire l’atto amministrativo con il contratto e la frammentazione degli interessi generali.
Va immaginato un modello di governo pubblico partecipato che dia la possibilità ed il potere ai comuni e ai cittadini di riconquistare la sovranità sui beni di loro appartenenza. Ma la vera e forte novità deve essere questa: accanto alla partecipazione-procedura, occorre prevedere la partecipazione-gestione. In sostanza, gli organi di governo delle aziende speciali, o di altri eventuali enti di diritto pubblico di riferimento dei comuni, dovranno essere composti anche da rappresentanti dei cittadini, delle associazioni, dei comitati, dei movimenti, dei lavoratori.
Sui criteri di selezione per la scelta dei rappresentanti ovviamente dovrà aprirsi un dibattito all’interno dei movimenti e delle istituzioni che, a mio avviso, non dovrà riprodurre i meccanismi tipici e a-tipici che caratterizzano il funzionamento dei partiti, perché ciò svilirebbe l’unicità del processo in corso. La democrazia deliberativa ha un’essenza e una natura diversa e su questo punto dovrebbe aprirsi un dibattito serio che veda coinvolti soprattutto politologi, sociologi, antropologi e giuristi. Occorre aprire al più presto un forum sugli aspetti teorici e applicativi della democrazia deliberativa, soprattutto in collegamento al governo dei beni comuni, avendo ben chiaro che essa può funzionare soltanto in presenza di un’amministrazione pubblica di qualità che serva con indipendenza gli interessi pubblici e che non serva interessi clientelari e/o pseudo pubblici.
Un punto di partenza è comunque chiaro e netto: per i beni comuni la gestione tecnocratica, per delega o peggio ancora per cooptazione clientelare, va superata. In questo senso si è orientata l’azienda speciale Eau de Paris, che dal primo gennaio 2010 gestisce l’acqua nella capitale francese. Cittadini e associazioni, ancorché con poteri consultivi, sono presenti nel consiglio di amministrazione dell’azienda speciale. Credo che si possa partire da questo modello per andare oltre. In questo senso, provo a presentare alcune proposte di partecipazione-gestione relative sia al comune che all’azienda speciale che, da subito, potrebbero essere inserite negli statuti comunali e disciplinate da relativi regolamenti, tenendo altresì presente che, dopo la riforma costituzionale del 2001, le suddette fonti normative hanno acquisito rilevanza costituzionale. Occorre dunque prevedere:
1) un consiglio comunale allargato alla partecipazione dei comitati, dei movimenti, delle associazioni, dei lavoratori – con potere di voto – ogni qual volta si discutano e si approvino gli indirizzi di governo dell’acqua e gli inerenti impegni di spesa, di bilancio e di investimento; 2) un comitato di sorveglianza dell’azienda speciale, con poteri di controllo, magari sul modello dell’art. 6 del disegno di legge della giunta pugliese in tema di ripubblicizzazione dell’acquedotto; 3) un consiglio di amministrazione dell’azienda speciale con la partecipazione, e con poteri non meramente consultivi, delle suddette realtà.
La democrazia deliberativa non può che attuarsi attraverso la partecipazione-gestione (cda allargato) che implica in sé altresì la partecipazione di indirizzo e consultiva (consiglio comunale allargato) e la partecipazione-controllo (comitato di sorveglianza).
Per il governo e la gestione dei beni comuni non è più possibile restare ancorati a quel modello di partecipazione introdotto in Italia a partire dalla fine degli anni Ottanta, quando il dibattito intorno ai beni comuni e alla cittadinanza attiva era pressoché inesistente e aveva principalmente l’obiettivo di riequilibrare il rapporto cittadino-amministrazione, uscendo da una visione autoritaria del diritto pubblico. Oggi occorre un modello che, valorizzando le assemblee comunali, metta i cittadini in grado di partecipare, ovvero di proporre, gestire, controllare.
Per ottenere ciò, oltre alla necessaria spinta dal basso, considerando che la partecipazione non può essere intesa come un dono dall’alto altrimenti rischierebbe di trasformarsi in strumento di controllo, pressione e selezione di interessi, occorre uno scatto d’orgoglio e una volontà chiara dei comuni. L’alta dignità costituzionale attribuita loro gli dovrebbe consentire di prendere l’iniziativa e di trasformare in norme operative i principi della partecipazione-gestione, accanto ovviamente alla volontà di costituire o di attivare le aziende speciali.